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I Cinefanatici – “Rashomon”: quanto è difficile risalire alla verità?

Dall'Italia al Giappone: l'occhio di VelvetMAG, alla scoperta della Mostra di Venezia, si posa sul capolavoro di Akira Kurosawa

L’ex aequo de La grande guerra e Il generale della Rovere ci ha dato una grande lezione: qualsiasi argomento è suscettibile a diverse letture. Perfino la tematica bellica, così apparentemente univoca, può essere sviscerata in qualsiasi forma e maniera, come d’altronde hanno dimostrato rispettivamente Mario Monicelli e Roberto Rossellini. In una chiave addirittura brillante (nel primo caso) o prettamente drammatico-documentaristico, abbattendo i cliché del neorealismo (nel secondo caso). Entrambe le pellicole sono tuttavia frutto della grande facoltà che ha l’essere umano di rimaneggiare i fatti (e che il dispositivo cinematografico amplifica all’ennesima potenza). Un concetto che getta le basi del film vincitore del Leone d’Oro nell’edizione della Mostra del Cinema di Venezia del 1951: Rashomon di Akira Kurosawa.

Rashomon, ovvero la capacità degli uomini di rimaneggiare i fatti

Datato 1950, Rashomon di Akira Kurosawa è annoverato – a ragione – come uno dei capolavori della storia del cinema. Vincitore del Premio Oscar come Miglior Film Straniero, il lungometraggio anticipa uno dei principi fondamentali dell’età postmoderna: la soggettività. Pur non essendo un film che si basa sul relativismo, la pellicola parte da un assunto semplice: “La verità non è univoca, è il racconto della stessa che può essere falsato in base alle proprie percezioni.” Per comprendere al meglio il progetto bisogna perciò partire da questo presupposto.

La vicenda ruota attorno alla ricerca della verità, appunto, circa un dato evento, basandosi sul racconto fortemente soggettivizzato dei tre protagonisti. Un boscaiolo, un monaco e un viandante si fermano al riparo della porta delle mura difensive (Rashomon, per l’appunto). I personaggi coinvolti si fermano dunque a parlare di un fatto, accaduto tempo prima: l’uccisione di un samurai. La pellicola di Kurosawa si avvale di una tecnica narrativa che, già negli Anni ’40 – con il noir e il woman’s film – aveva spopolato: il passaggio continuo tra flashback e dimensione “reale”. Il risultato è una narrazione frammentata, fortemente soggettiva, in cui prevale, a turno, il punto di vista di ciascuno dei tre protagonisti. Ogni volta, non si tratta mai della verità oggettiva, ma del rimaneggiamento personalizzato. Questo perché, come afferma il viandante: “Nessuno dice la verità, non abbiamo il coraggio di dire le cose neanche a noi stessi.

Ogni ricordo innescato prima dal boscaiolo, poi dal monaco e così via, inoltre, subisce un ulteriore stratificazione. Ciascuno, infatti, confuta la narrazione dell’altro, rendendo sempre più complessa la ricerca del senso ultimo della realtà. Una progressiva perdita di senso che, d’altronde, la realtà ha sperimentato man mano, attraversando periodi storici controversi. E che il cinema ha cercato di documentare, riunendone i tasselli come in un puzzle, nel tentativo di cercarne il disegno finale, quel senso ancora perduto.

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Lorenzo Cosimi

Cinema e tv
Romano, dopo la laurea triennale in Dams presso l’Università degli Studi Roma Tre, si è poi specializzato in Media, comunicazione digitale e giornalismo alla Sapienza. Ha conseguito il titolo con lode, grazie a una tesi in Teorie del cinema e dell’audiovisivo sulle diverse modalità rappresentative di serial killer realmente esistiti. Appassionato di cinema, con una predilezione per l’horror nelle sue molteplici sfaccettature, è alla ricerca costante di film e serie tv da aggiungere all’interminabile lista dei “must”. Si dedica alla produzione seriale televisiva con incursioni sui social.
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