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Spietata, disperata e autentica Amy

Tutta la poetica e l'eredità della Winehouse in quel brano immortale del 2007: "Back to Black"

Nel giorno in cui Amy Winehouse avrebbe compiuto 38 anni, un brano come Back to Black riecheggia diventando sempre più il simbolo della sua vita. E rappresentando forse il picco più autoriale della sua produzione. In giorni come questo, tutta la potenza evocativa di quel “we only said goodbye with words” assume la dimensione di un’eredità inevitabile e di una triste profezia.

Quando si attraversa la storia della musica come una visione, scomparendo prematuramente all’età di 27 anni, il tempo per lasciare davvero un segno è breve. Brevissimo. E le possibilità di scrivere almeno un paio di brani immortali, di quelli destinati a restare oltre la vita di un’artista che si consuma velocemente, sono ridotte all’osso. Serve talento puro. Serve un’autenticità anche spinosa, una personalità rara e, forse, quel genere di disperazione che tocca a pochi, ma che diventa un codice universale da lasciare in eredità. Amy Winehouse, probabilmente, la sensazione di dover dare tutto e subito se la portava dentro come una taglia sulla testa. In meno di 10 anni di vera attività e di fama internazionale è riuscita a tirare fuori canzoni destinate a restare per sempre: Back to Black è una di quella. È La sua canzone.

Amy Winehouse, storia di una fine

Quando uscì nell’aprile del 2007, terzo singolo estratto dall’album omonimo, Back to Black diventò nel giro di un anno una delle canzoni simbolo della Winehouse. Acclamato in tutto il mondo, esaltato dalla critica, era già una sorta di inno agli eccessi e al dolore della vita adulta capace di toccare i nervi scoperti di un pubblico che, insieme ad Amy, condivideva il passaggio dall’età dell’incoscienza a quello della presa di coscienza. Centrale il tema di un amore finito, o peggio, sulla scia di finire.

Era una nuova era Winehouse, che però conservava tutta l’identità brutale e tagliente del suo approccio creativo. Perché Back to Black è la narrazione di una storia distrutta, sì, ma con tutta la potenza viscerale che lei riusciva a portare in campo. Con la voce tristemente (e, purtroppo, altrettanto meravigliosamente) corrotta dall’alcool, Amy raccoglieva una carrellata di immagini intime e dolorose che, in fondo, ognuno di noi ha vissuto almeno una volta nella vita.

L’eredità di Back to Black

Il testo è il racconto chirurgico e visivo di un amore tossico al capolinea, intriso di rimpianti, umiliazioni e paure. A partire dalla prima strofa, perfetta, che racchiude tutta la pena del classico sesso d’addio: “He left no time to regret, kept his di*k wet / Non ha lasciato tempo ai rimpianti, si è tenuto il ca**o bagnato”. Volgare, feroce e vero come solo certe pugnalate sanno essere. In due frasi, ecco l’immagine definitiva della fine di un rapporto. Dalla dimensione privilegiata dell’intimità, alla crudeltà del sesso veloce, glaciale e pentito. Lo stacco dalla bellezza sopraffine all’orrore di una relazione in fin di vita. Semplicemente, Amy era riuscita a raccontarci il momento in cui realizziamo che la crepa è così profonda e grave da non poter sperare in nessun vaso giapponese che le restituisca un briciolo di dignità.

“Sono morta un centinaio di volte”, cantava descrivendo già tutto il dolore di chi non si rassegnerà a perdere l’uomo della sua vita. Ma sappiamo che non è mai stato solo questo. Che dietro c’era l’idea inaccettabile del fallimento, il terrore della solitudine. La sensazione impietosa di non meritare l’amore, di non poter ambire alla pace. Di essere destinata al tunnel buio di chi è votato all’infelicità. Tra santi e demoni, tra paradiso e inferno in una continua e stremante altalena verso il nero, Back to Black. Sempre spietata, disperata e autentica Amy.

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