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Scontro sulle pensioni, perché la riforma può minare il Governo Draghi

Il Pd attacca il sistema delle quote che la Lega cerca di difendere. La mediazione del Governo, rivolta anche a sindacati e industriali

È già un autunno caldo quello della politica italiana: lo dimostra la riforma delle pensioni. Il Governo Draghi è sulla graticola, alimentata dalle divisioni all’interno della maggioranza. “Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni media – precisa il responsabile del dipartimento Lavoro della Lega, Claudio Durigon la Lega non è verso il sì alle nuove misure sulle pensioni. Stiamo ancora lavorando alla riforma. L’obiettivo è non tornare alla Fornero“.

Legge di bilancio in settimana

Fino a giovedì prossimo 28 ottobre resterà quasi certamente aperto il cantiere della manovra di bilancio. Così come quello della relativa riforma pensionistica. Bruxelles l’ha chiesta e Draghi si è impegnato a realizzarla siglando il PNRR. Proprio per il 28 ottobre il premier potrebbe convocare il Cdm. Obiettivo: l’approvazione della legge di spesa dello Stato. Restano dunque poche ore utili per trovare, con forze politiche e parti sociali, una difficile intesa sui tanti nodi ancora da sciogliere.

Pensioni, quota 100 addio

Dal punto di vista di Mario Draghi e del ministro dell’Economia, Daniele Franco, il punto chiave, sulle pensioni, è superare Quota 100. Come è noto, nel 2019 il governo ‘gialloverde’ M5S-Lega aveva concesso ai lavoratori l’opzione – fino al 2021 – di ritirarsi prima, con pieni diritti. Bastava aver compiuto i 62 anni di età potendo vantare 38 di contributi previdenziali. Adesso il Governo Draghi non intende stravolgere quell’impianto ma trasformarlo anno dopo anno. La tensione fra i partiti della maggioranza – prima fra tutto Lega e Pd – si è alzata. C’è da affrontare il complesso tema del tracollo demografico. Ma anche il fatto che Quota 100 non sembra aver espresso si qui il suo vero obiettivo: facilitare il pensionamento ma anche le nuove assunzioni di giovani sul posto di lavoro ‘liberato’ da chi lascia a 62 anni.

Il Pd contro il sistema delle Quote

In questo frangente assume rilevanza la posizione del Pd. Si tratta del partito uscito vincitore dalla tornata delle elezioni amministrative dello scorso 3-4 ottobre (e successivi ballottaggi). Il segretario dem, Enrico Letta, si oppone al sistema delle quote sulle pensioni che è invece fortemente voluto dalla Lega. “Il problema di fondo – ha detto Letta da Fazio a Che tempo che faè che è sbagliato il metodo della Quota. Quota 100 è stato un errore. Chi ne ha usufruito ha avuto un vantaggio ed è contento ma per l’80% sono uomini, è uno strumento diseguale che discrimina le donne. Le due cose da fare sono flessibilità a seconda dei lavori gravosi e poi dare un messaggio importante alle donne con Opzione donna“.

Le ipotesi a cui lavora il Governo

L’esecutivo ha intanto già respinto la proposta di Matteo Salvini di applicare Quota 102 per due anni, perché creerebbe uno ‘scalone’. Si starebbe lavorando su un meccanismo con età fissa di uscita a 64 anni fino al 2024 e contributi crescenti. L’idea potrebbe essere più gradita ai Dem ma non convincerebbe ancora i leghisti, che però dicono di voler trattare. Un tavolo con i sindacati, che hanno già bocciato la proposta del governo sulle pensioni, e una riunione della cabina di regia dovrebbero precedere l’approdo della manovra in Cdm.

Gli industriali: “Quota 100 ha fallito”

Noi siamo fortemente contrari a quota 100, 102 o 104 – dice il presidente di Confindustria Carlo BonomiGuardiamo i numeri da imprenditori e i numeri dicono che quota 100 non ha ottenuto l’effetto che ci aspettavamo. Ricordo che ci era stato detto che per uno che andava in pensione venivano assunti in tre, nella realtà l’effetto è di 0,4, quindi non abbiamo neanche l’effetto sostitutivo“. “Stiamo pensionando chi un lavoro ce l’ha e non stiamo offrendo un lavoro ai giovani – ha aggiunto a margine dell’assemblea dell’Unione Industriali di Torino – Noi riteniamo invece che si debba lavorare sui lavori usuranti, sui quali effettivamente c’è un problema. Va rivisto, lavoriamo su quello“.

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Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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