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Dostoevskij, luce e abisso nel pozzo dell’anima

L'11 novembre del 1821 nasceva uno dei più grandi scrittori di sempre. Da Delitto e Castigo ai Fratelli Karamazov ha segnato la storia della letteratura

Mancano sei giorni a Natale. È il 19 dicembre 1849 e il meno che trentenne Fëdor Dostoevskij, scrittore di grido, è sul patibolo davanti al plotone di esecuzione. Accusato di aver frequentato un gruppo che si ispira al socialismo utopistico, è condannato a morte. Nel suo cuore in tumulto e nella sua mente che sta per impazzire scorre in un attimo tutta la sua vita. Ma un ufficiale irrompe davanti alla squadra di soldati incaricati dell’esecuzione e ordina loro di fermarsi.

Graziato a un passo dall’aldilà

Il condannato ha ricevuto la grazia dallo zar. Nicola I ha commutato la pena capitale in una condanna a tempo indeterminato ai lavori forzati. La decisione, presa da giorni, è comunicata a Dostoevskij mentre lui, di fronte a sé, vede l’abisso. Essere sopravvissuto all’ultimo momento lo segnerà per sempre. Per questo, se oggi fosse vivo, egli ricorderebbe questo episodio della sua esistenza meglio di molti altri. Del resto proprio in questo giorno, 11 novembre, l’autore russo, nacque: esattamente 200 anni fa.

Dostoevskij e la pena di morte

Da scrittore maturerà un’avversione assoluta per la pena di morte, tema di riflessione sia in Delitto e castigo che ne L’idiota, scritto a Firenze. “A chi sa di dover morire – scrive ne L’idiotagli ultimi cinque minuti di vita sembrano interminabili, una ricchezza enorme. In quel momento nulla è più penoso del pensiero incessante: ‘se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto questo sarebbe mio! Io allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!’“.

I fratelli Karamazov

Quell’esistenza ritrovata all’ultimo momento sul patibolo, quell’esser riuscito a far tornare indietro la vita gli consentirà di diventare uno dei più grandi scrittori mondiali di tutti i tempi. Dalla sua mente assoluta e dalla sua penna raffinatissima uscirà I fratelli Karamazov: il vertice della sua produzione letteraria, un capolavoro della letteratura dell’Ottocento e di sempre. “Il suo posto viene subito dopo quello di Shakespeare“, scriveva Sigmund Freud. “I fratelli Karamazov sono il romanzo più grandioso che sia mai stato scritto. L’episodio del Grande Inquisitore è uno dei vertici della letteratura universale, di bellezza inestimabile”.

Inventore della letteratura moderna

Con le sue Memorie del sottosuolo nasce la letteratura moderna e Dostoevskij abbandona la narrazione del grande romanzo ottocentesco per concentrarsi su nodi di rilievo esistenziale. “Tutti i personaggi dei suoi principali romanzi avranno un sottosuoloscrive Franco Malcovati – e vi penetreranno per poi risorgere rigenerati o per affondarvi senza speranza, senza soluzione”. Per cercare di far fronte a pesanti debiti Dostoevskij si dà al vizio del gioco. Scrive Delitto e castigo, il grande romanzo sul pentimento e l’espiazione, col protagonista che fa i conti con la propria amoralità. Poi, con tratti autobiografici, Il giocatore, travolto dalla passione per la roulette. Lo detta a Anna Grigorevna, che diverrà sua moglie, con la quale attraversa l’Europa e arriva a Firenze, dove comincia a scrivere L’idiota. La sua è una sorta letteratura dell’anima, tesa a scandagliare il male che si annida nel cuore dell’uomo, la ricerca di Dio, e più ancora le diverse e contrastanti facce dell’essere. Scrive anche racconti eccelsi, come La mite o L’adolescente. Infine, la grandiosa narrazione de I fratelli Karamazov con la contrapposizione tra il male, l’odio tra padre e figlio, e la purezza del bene. È l’ultimo dono al mondo, prima di lasciarlo, a causa di una grave crisi respiratoria il 9 febbraio 1881.

Fedor Dostoevskij

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Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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