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Tim, opa di Kkr: boom del titolo in Borsa. Cosa farà ora il Governo

Draghi vara un comitato con Franco, Colao e Giorgetti. Potrebbe scattare il golden power. Landini (Cgil): "Su Tim non prevalga la logica di mercato"

Si chiama opa amichevole e la sua realizzazione non prescinderà da un sostanziale via libera da parte del Governo italiano. Così il fondo statunitense Kkr, che gestisce 400 miliardi di dollari di investimenti nel mondo, definisce l’offerta pubblica di acquisto del 100% delle azioni Tim a 0,505 euro l’una. In apertura a Piazza affari il titolo Tim è letteralmente volato a +26%, a quota 0,4322 euro per azione. Il ministero dell’Economia ha vincolato la sua decisione agli investimenti sulle infrastrutture previsti del PNRR, oltre che alla salvaguardia dei posti di lavoro, e alla crescita dell’occupazione.

Opa su Tim, i sindacati

Il che non basta ad allontanare i timori dei sindacati che con il segretario della Cgil, Maurizio Landini, mandano un altolà al Governo Draghi. “In un settore strategico come quello delle telecomunicazioni – afferma Landini a Repubblica – lo Stato italiano non può subire semplicemente la logica del mercato“. Il Governo è neutrale, dato che Tim, la quale riassorbe in toto la vecchia Telecom Italia, è un’ex azienda pubblica privatizzata (deriva, in origine, dalla vecchia Sip di Stato).

Il ruolo del Governo

Ma l’esecutivo detiene il golden power: il potere, cioè, di porre condizioni all’acquisizione di un asset strategico per il nostro Paese, quale è Tim, in quanto maggiore rete nazionale di infrastrutture tecnologiche. Non c’è dubbio, tuttavia, che l’opa di Kkr su Tim stia scuotendo le istituzioni. Il Governo Draghi ha varato un comitato speciale: un team composto dai ministri Daniele Franco (Economia), Vittorio Colao (Innovazione tecnologica) e Giancarlo Giorgetti (Sviluppo economico). Obiettivo: mettere subito in campo una strategia nuova sulle telecomunicazioni italiane che rischiano di finire definitivamente in mano straniera.

Il peso di Tim per l’Italia

Telecom Italia, complessivamente rinominata Tim dal 2016, non è un’azienda privata come un’altra. È l’impresa ex pubblica privatizzata – ma ancora con una parte di capitale pubblico, 10% è di Cassa depositi e prestiti – più importante nel campo delle infrastrutture tecnologiche. Molti interessi strategici nazionali passano da Tim. La gestione della rete di telecomunicazioni, in rame e in fibra ottica, e di quella di dati sensibili gestita da Telecom Sparkle. Oltre a tutto questo Tim possiede un fatturato e un capitale umano ragguardevole. Con le sue filiali nel mondo, fattura circa 18 miliardi di euro all’anno, per un utile netto di 1,2 miliardi, e ha oltre 55mila dipendenti. Il primo socio azionista di Tim, con una quota del 23,8%, è la francese Vivendi, guidata da Arnaud de Puyfontaine. Ammistratore delegato e direttore generale è Luigi Gubitosi; presidente è Salvatore Rossi, già direttore generale della Banca d’Italia.

Assalto a Tim, perché proprio adesso

Tim, dunque, fa gola. Anche, se non soprattutto, per un altro motivo: il valore azionario è ai minimi termini perché i risultati dell’ultimo trimestre non sono stati buoni né ha funzionato a dovere l’accordo con Dazn per ‘trasferire’ la seria A di calcio su Tim Vision. Rossi e Gubitosi, per spinta di Puyfontaine, sono sulla graticola, sostiene il Corriere della Sera. Così il fondo Usa Kkr si è incuneato in questa situazione di crescente tensione e sarebbe disposto a spendere almeno 11 miliardi di dollari per prendersi tutta Tim. Vivendi ha fatto sapere di essere pronta a collaborare con il governo italiano. Una possibilità è aprire un tavolo per discutere dell’assetto generale della rete e non si esclude una sorta di nazionalizzazione sotto il cappello di Cassa depositi e prestiti, azionista con il 10% di Tim e con il 60% di Open Fiber, l’altra società che sta costruendo in Italia la rete in fibra ottica.

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Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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