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Myanmar, 4 anni di carcere ad Aung San Suu Kyi dopo un processo farsa

Era imputata di importazione illegale di walkie-talkie. "Il regime vuole tenerla in prigione senza limiti" è l'accusa di Human Rights Watch

Aung San Suu Kyi, 76 anni, leader politica della Birmania e Premio Nobel per la Pace 1991 dovrà trascorrere in carcere almeno altri 4 anni. Questo il verdetto del nuovo procedimento giudiziario voluto contro di lei dai militari che controllano il paese asiatico. Le accuse che hanno portato alla condanna rasentano il ridicolo: importazione illegale di walkie-talkie. Si tratta di un processo farsa, è l’accusa dei gruppi internazionali per la difesa dei diritti umani.

Birmania, un anno fa il golpe

Il fatto è che nel febbraio 2021 le forze armate hanno compiuto un colpo di Stato. E hanno esautorato Aung San Suu Kyi da tutti i suoi poteri. Le autorità hanno costretto la Premio Nobel all’isolamento in casa, fino al processo attuale. Lo scorso mese di dicembre Suu Kyi aveva ricevuto una condanna a 4 anni di detenzione perché – secondo i giudici – aveva infranto le restrizioni sanitarie sul Coronavirus e incitato alle proteste di piazza. La pena era poi stata ridotta a due anni dal capo del governo militare appena insediato.

Suu Kyi aveva vinto le elezioni

Questa però è solo l’ultima di oltre 10 cause giudiziarie intentate contro la 76enne leader della fragile democrazia del Myanmar. Suu Kyi aveva vinto le elezioni del novembre 2020 portando al trionfo la sua Lega nazionale per la Democrazia. Di fatto, già dal 2016, governava il paese, sebbene nel formale ruolo di Consigliere di Stato: una sorta di primo ministro. Lo scorso febbraio – appena 3 mesi dopo il voto popolare – il golpe militare, con l’accusa di aver vinto le elezioni in maniera fraudolenta. L’attacco dei generali era arrivata dopo giorni di crescenti scontri dialettici tra il governo civile e le potenti forze armate, che da sempre dominano il paese asiatico.

Pronti a difendere Suu Kyi

I sostenitori di Suu Kyi hanno dichiarato che le nuove accuse contro di lei sono artificiose, servono a legittimare le azioni dei militari. E a impedirle di tornare in politica. Questa nuova condanna “rischia di aumentare ancora la rabbia del popolo birmano“, ha commentato Manny Maung, di Human Rights Watch. Il Myanmar è in subbuglio da quando il colpo di stato contro il governo democraticamente eletto di Suu Kyi ha portato a proteste diffuse. E ha segnato la fine di circa 10 anni di timide riforme politiche, spiega Reuters, seguite a decenni di governo militare dittatoriale. Il gruppo per i diritti umani Amnesty International ha dichiarato su Twitter,  oggi 10 gennaio, che le nuove condanne sono state “l’ultimo atto del processo farsesco contro una leader civile“.

Accuse fasulle per cumulare le pene

Dura la nota a firma del vicedirettore asiatico di Human Rights Watch, Phil Robertson. “Il circo di procedimenti segreti in aula della giunta del Myanmar per accuse fasulle consiste nell’accumulare costantemente più condanne” ha affermato. “In modo che rimanga in prigione a tempo indeterminato“. In alcune recenti udienze in tribunale, Aung Suu Kyi ha indossato un top bianco e un longyi (vestito in forma cilindrica) marrone, avvolgente, tipicamente indossato dai prigionieri del Myanmar, hanno affermato alcune fonti alla Reuters.

Birmania Pagoda
La pagoda di Naypyidaw, la capitale della Birmania

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Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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