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Quirinale: la tela del Signor D., il ‘Garante d’Italia’ con le valige pronte

Dopo il ko di Salvini a Berlusconi, Draghi vede Mattarella, Fico, Cartabia e Guerini. Asse Letta-Conte-Speranza

L’abusata affermazione-sentenza “chi entra Papa in conclave esce cardinale” è ancora una volta alla prova dei fatti in queste ore che ci separano dall’elezione al Quirinale del nuovo Presidente della Repubblica. Due, da mesi, i nomi troppo evocati per il Colle: Berlusconi e Draghi. Personalità a rischio di essere bruciate, come, appunto, chi ‘entra Papa’ ma resta, al massimo, porporato.

B., ‘schiaffi’ da Salvini e da Renzi

Il Cavaliere affronta giornate difficili. “Non deluderò chi mi ha dato fiducia” dice, non volendo arrendersi. Ma pensa a contrattare il suo ritiro. Matteo Salvini, infatti, ha fatto capire che ha paura. Timore, cioè, del patto col diavolo, una mossa obbligata (chiediamo a Berlusconi di sciogliere la riserva, è lui il candidato del Centrodestra“). E vuole sfuggire all’abisso che potrebbe attenderlo. Rilanciando se stesso come kingmaker e la Lega al centro della scena politica e istituzionale (“la prossima settimana faremo un nome convincente per molti se non per tutti”). Non è un caso se, arrivato il segnale, l’altro Matteo, Renzi, ha abbandonato B. al suo destino. E ha dichiarato (nel suo spavaldo stile): “Non esiste l’ipotesi Berlusconi Presidente (…) glielo dico in faccia: chi lo circonda dovrebbe dirgli la verità, non assecondarne i sogni irrealizzabili“.

Perché Lega e FdI non vogliono Silvio

La sconfitta – così come la vittoria per un pugno di voti – di Berlusconi al Quirinale rischierebbe di far deflagrare le contraddizioni interne al Centrodestra. Nel primo caso – la sconfitta di B. bocciato dai grandi elettori – la Lega (e anche FdI) subirebbe un contraccolpo molto forte nelle menti degli elettori, chiamati al voto fra un anno al massimo. Nel secondo caso – la vittoria di B., nuovo Capo dello Stato – la percezione della maggioranza degli italiani (il 77% plaude a un Capo di Stato come Mattarella) sarebbe quella di una classe politica di inadeguati che ha mandato al Colle un uomo fortemente divisivo, che non è il più il re mida di un tempo. Ma appare solo un anziano leader in cerca dell’ultimo sogno di gloria personale.

Draghi, il cardinale che è già Papa

È in un contesto come questo che riprende quota per il Quirinale la candidatura di Mario Draghi, l’altro “papa che rischia di uscire cardinale dal conclave“. A ben guardare, però, il Signor D. papa lo è già: l’establishment internazionale, di qua e di là dall’Atlantico, ma anche in Oriente, sa di avere una ‘garanzia fideiussoria vivente‘ sull’Italia e sull’Unione europea: Draghi, appunto. Ecco perché Salvini mette in guardia: “I soldi del PNRR sono a prestito, anche per questo il premier è complicato da rimuovere“. Il problema, dunque, non è chi sarà il prossimo Capo dello Stato ma cosa fare del Signor D., il ‘Papa’ garante dell’Italia nel mondo (e delle forze politiche che lo sostengono, cioè quasi tutte). Letta, Salvini, Renzi, Conte e lo stesso Berlusconi sanno che il Signor D. è, al momento, insostituibile e va preservato nell’interesse di tutti. Che per tanti coincide col fatto che rimanga a Palazzo Chigi.

Quirinale, il sogno di Draghi

Lui, però, gli scatolini del trasloco li sta facendo. Non sia mai arrivi la ‘chiama’ giusta. E tesse la sua tela, fatta di colloqui riservati. Come avvenuto nelle ore in cui è emerso che la Lega esplora seriamente alternative a Berlusconi. Draghi giudica che sia adesso il momento di capire cosa accadrà. E ha incontrato, uno dopo l’altro, il Presidente Mattarella, Roberto Fico, Lorenzo Guerini, Marta Cartabia e, già prima, Gianni Letta. Sguardi impenetrabili, accorti silenzi, parole soppesate sempre, quelle del Signor D. Comprese quelle, molto discusse, della conferenza stampa di fine anno: “I miei destini personali non contano, sono un uomo, anzi un nonno, al servizio delle istituzioni“. Cioè, sono una riserva della Repubblica, e ditemi voi se non è adesso che una riserva del calibro di un ‘Papa’ vada ancor più messa in campo. E se non sul Colle, a Chigi anche dopo il 2023. Perché il PNRR dura fino al 2026.

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Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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