"
MondoNewsPrimo piano

Navalny rischia 13 anni, chi è l’oppositore di Putin sopravvissuto a un avvelenamento

È la pena richiesta della procura di Stato russa nei confronti del leader della Fondazione anti corruzione e del partito Russia del Futuro

Rischia altri 13 anni di galera Alexei Navalny, il principale oppositore di Putin, già ora in carcere in Russia. Nel 2020 sopravvisse a un misterioso avvelenamento, fu curato in Germania e poi rientrò nel suo paese. Il suo nome è nella lista dei “terroristi ed estremisti“.

La procura di Stato della Russia ha chiesto oggi 15 marzo una nuova dura condanna per Alexei Navalny. Ciò nell’ambito di un altro processo rispetto a quello a causa del quale egli ha ricevuto una condanna a 3 anni e mezzo di reclusione, che sta scontando. Nel nuovo processo deve rispondere delle accuse di “frode e insulto a un magistrato“.

Navalny Pubblico Ministero Condanna
La pubblico ministero del processo Navalny, Nadezhda Tikhonova. Foto Twitter @teamnavalny

Vi chiedo di riconoscere Navalny colpevole delle accuse a suo carico e di infliggere una condanna a 13 anni di reclusione” ha detto il pubblico ministero, Nadezhda Tikhonova. Il magistrato ha inoltre chiesto che all’oppositore di Putin si imputi una multa consistente, di 1,2 milioni di rubli (circa 10mila euro). Nel leggere il capo d’accusa, Tikhonova ha sostenuto che l’imputato avrebbe rubato presunte donazioni in denaro. Per spenderle in “attività estremiste“.

“La sua colpa? Essere Navalny”

La notizia si è subito diffusa sui social media. “La procura di stato ha chiesto 13 anni di carcere per Navalny. Omicidi e corruzione nel nostro Paese sono spesso pagati con pene minori” ha scritto sul suo account Twitter Ilya Yashin, deputato di Mosca per il distretto municipale di Krasnoselsky. “La colpa di Navalny è solo che è sopravvissuto all’avvelenamento e ha osato tornare in Russia. Coraggio e forza ad Aleksei.”

Navalny Proteste Condanna
Protesta a favore di Navalny. Foto Twitter @IlyaYashin

I dissidenti russi e gli oppositori del regime – politici, giornalisti, blogger ma anche semplici cittadini – si attendevano la condanna. “Gli daranno 15 anni per presunto furto di donazioni. E per aver insultato il giudice” aveva scritto su Instagram, lo scorso 3 febbraio Maria Pevchikh. La donna è il capo investigazioni della Fondazione Anti Corruzione ed esponente del cosiddetto Navalny Team. “Non capisco davvero perché hanno inventato alcuni articoli ed episodi. È chiaro a tutti: si processa Navalny perché ha la ‘colpa’ di essere Navalny.” “Ci sono persone che credevano che Putin lo avrebbe rilasciato volontariamente dopo un anno e mezzo? Non credo.

Dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina sull’account Twitter ufficiale di Alexei Navalny si possono leggere messaggi contro la guerra. Ma non solo. Già lo scorso 2 marzo, in un lungo thread di 14 tweet Navalny chiamava i connazionali all’azione contro Putin: “Russi, scendiamo in piazza ovunque e combattiamo per la pace” esortava.

Chi è Navalny

Alexei Navalny, 45 anni, attivista, politico e blogger, è il leader del partito Russia del Futuro e creatore della Fondazione Anti Corruzione che svolge inchieste su questo tema in Russia, accusando lo stesso Vladimir Putin. È anche il presidente di Coalizione Democratica, che raduna altri partiti di opposizione. Negli anni passati ha co-presieduto questa formazione politica con Boris Nemtsov, morto assassinato nel febbraio 2015: una figura importante che si sospetta ucciso dai servizi segreti del FSB su mandato dell’entourage del presidente russo se non dello stesso capo del Cremlino. Nel 2021 Amnesty International ha riconosciuto Navalnyprigioniero di coscienza“.

Il doc presentato a New York

Lo scorso 26 gennaio negli Stati Uniti il Sundance Film Festival di New York ha presentato in anteprima mondiale ‘Navalny’. Si tratta di un documentario sul leader politico anti Putin, diretto da Daniel Roher e a cui ha collaborato la Cnn. Nel film si ripercorre la vicenda dell’avvelenamento di Alexei Navalny nel 2020 ed egli interpreta se stesso raccontando la sua storia. Solo il giorno prima della proiezione è stato svelato il titolo del film, fino a quel momento tenuto segreto anche per ragioni di sicurezza. Nelle ore in cui in America si proiettava la pellicola, in Russia i nomi dell’oppositore del regime e di alcuni suoi collaboratori entravano nella lista dei “terroristi ed estremisti“. Non solo: il ministero dell’Interno russo faceva arrestare Oleg Navalny, fratello dell’oppositore.

Navalny Alexsei Team
Alexei Navalny. Foto Twitter @teamnavalny

L’avvelenamento

Nell’agosto del 2020 l’aereo in volo dalla Siberia a Mosca su cui Navalny viaggiava effettuò un atterraggio di emergenza a Omsk perché lui si sentì male. La moglie Julia e i suoi colleghi, convinti che fosse stato avvelenato, e terrorizzati da ciò che gli avrebbe potuto accadergli in un ospedale della Siberia, si precipitarono a Omsk nel tentativo di portarlo in Germania. Il progetto riuscì. Le autorità sanitarie tedesche curarono il paziente salvandogli la vita e confermarono l’ipotesi dell’avvelenamento. Le analisi su Navalny avevano rivelato la presenza del Novichok: poteste agente nervino già utilizzato per avvelenare nel 2018 in Inghilterra l’ex spia Sergej Skripal, sopravvissuto insieme alla figlia. Con l’aiuto dei suoi collaboratori Alexsei Navalny riuscì a orchestrare una telefonata a un agente segreto del FSB in cui l’uomo parlando con l’oppositore di Putin spacciatosi per uno dei suoi superiori, ammise l’avvelenamento e che “qualcosa è andato storto“. Dopo la sua decisione di tornare in Russia, Navalny è stato arrestato il 17 gennaio 2021. E rischia di passare in carcere altri 13 anni.

LEGGI ANCHE: La guerra in Ucraina e i media. Benjamin ferito grave, Marina che interrompe la Tv russa: “Basta bugie”

 

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

Back to top button
Privacy