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Ucraina, Shtefko alla guerra contro Putin. E la Russia scorda la lezione di Stalingrado

Anche i mutilati vanno a combattere con l'esercito di Kiev, mentre l'invasore è costretto a rallentare di fronte a una resistenza accanita

Mentre le forze armate russe sono in difficoltà sul teatro di guerra e Putin accusa Kiev di rallentare le trattative per la pace, in Ucraina persone mutilate con protesi alle gambe si arruolano volontariamente pur di ricacciare indietro gli invasori.   

È la storia di Vasyl Shtefko, 55 anni, un uomo che ha quasi costretto l’esercito ucraino a consentirgli di combattere comunque, malgrado il suo handicap fisico. Lo racconta in un tweet, oggi 18 marzo, lo scrittore Andrei Kurkov: “Shtefko, della regione transcarpatica dell’Ucraina, ha costretto l’esercito ad accettarlo per difendere il paese“. La Transcarpazia ucraina è una regione dell’estremo ovest: confina con Polonia, Slovacchia, Ungheria e Romania.


Scrittore e romanziere ucraino, Andrei Kurkov scrive in lingua russa. Le sue opere sono tradotte in 25 lingue, italiano compreso. Fra i suoi libri nella nostra lingua, L’ultimo amore del presidente, Garzanti Libri, 2008, e Il vero controllore del popolo, Keller editore, 2020.

La vicenda che Kurkov racconta appare significativa non soltanto di per sé ma perché la fotografia di Shtefko, l’uomo oggetto del suo Tweet, mostra un mutilato. Al posto delle gambe, amputate, egli ha le protesi che spuntano dalla mimetica militare che indossa. La posa sopra un blindato, lo sguardo fiero, di un uomo che non è certo giovane, impressionano chi osserva. Shtefko ha con sé il fucile, è pronto. Non sappiamo qual è la sua storia passata e quale sarà il suo destino. Conosciamo il suo presente. Vuole combattere, come spiega Andrei Kurkov, a tutti i costi, forzando lo stesso esercito ucraino a offrire questa possibilità a un uomo che non appare assolutamente in grado di sostenere uno sforzo bellico.

Ucraina Carro Armato Russo
Carro armato russo in fiamme in Ucraina. Foto Twitter @GeneralStaffUA

Ucraina, la motivazione a combattere

Ma per Shtefko è la motivazione e, immaginiamo, la dignità, che conta. La volontà, cioè, di difendere il proprio paese e dunque se stessi, la propria famiglia e il proprio onore personale. Anche dalla vicenda dell’veterano combattente dell’Ucraina transcarpatica emerge un dato che in questi giorni sembra consolidarsi sulla guerra in Ucraina, o, perlomeno, sulla sua narrazione. Ossia che i resistenti all’invasore russo appaiono di gran lunga più motivati degli occupanti, fra i quali non mancano reclute che mai hanno visto una battaglia in vita loro e che neppure sapevano di dover invadere l’Ucraina. A volte nelle guerre, a dispetto dell’inferiorità numerica e di potenza di fuoco che un esercito ha rispetto a quello nemico, la motivazione a combattere è fondamentale. Può costituire un fattore determinante. Se non per ribaltare le sorti del conflitto quantomeno per creare grosse difficoltà all’invasore. Costringendolo a entrare in un ‘pantano‘, un ‘Vietnam. È quello che sta avvenendo in Ucraina ai danni dell’esercito di Mosca.

Cosa successe a Stalingrado

Del resto i russi lo sanno e ora sembrano non ricordarsene. Durante l’assedio di Stalingrado (1942-1943) erano loro a doversi difendere dagli invasori nazisti. E, come è noto, non solo l’onda d’urto tedesca che aveva messo in ginocchio l’Urss non spezzò la resistenza. Ma indusse i russi a trascinare i tedeschi, che controllavano i due terzi della città e si credevano già vincitori, in uno scenario da incubo. Fatto di imboscate e strenua guerriglia casa per casa, in cui contro gli invasori anche le donne non in armi sventagliavano a colpi di mitra. I resistenti dettero tempo all’Armata rossa sconfitta di riorganizzarsi, accerchiare Stalingrado e annientare i tedeschi occupanti. Stalingrado rappresentò l’inizio della fine del nazismo.

Stalingrado
Un’immagine della battaglia di Stalingrado. Foto Wikimedia Commons / Bundesarchiv, Bild

Emblematicamente, da un punto di vista simbolico, il piccolo Shtefko che si arruola contro l’esercito del grande Putin può rappresentare altrettanto. Bisogna sottolineare, naturalmente, che le forze armate ucraine e i volontari (che si contano a migliaia) – così come la popolazione civile invitata fin dai primi giorni di guerra ad armarsi e a fabbricare bombe molotovper accogliere i russi” – sono sostenuti da massicci quantitativi di armi. Ovvero bombe, fucili, mortai, armi anticarro Javelin, sistemi di difesa antiaerea, pistole, munizioni e giubbotti antiproiettile e molto altro, per miliardi di dollari. Materiale che giunge da tutto l’Occidente, compresa l’Italia, e in primo luogo dagli Stati Uniti. Il fatto che la Russia stia conducendo trattative per un cessate il fuoco sempre meno astratte e più “realistiche“, come alcuni giorni fa ha detto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, fa pensare che forse al Cremlino la lezione di Stalingrado, di cui i russi furono maestri, è dimenticata ma non del tutto.

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Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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