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Cyber guerra Usa-Russia: Kaspersky nella black list degli Stati Uniti

In Italia 10 giorni fa lo stop al colosso russo degli antivirus. Nulle su Apple e Google le carte di credito Mir

Due colossi del web, il russo Kaspersky da un lato, l’americana Apple dall’altro, si misurano con le conseguenze della guerra in Ucraina. Che è ormai una guerra ibrida globale: militare, mediatica, economico-finanziaria, informatica e cibernetica.

Negli Usa la Federal Communications Commission (Fcc) ha inserito Kaspersky, celebre società russa produttrice di software antivirus, nella cosiddetta Covered List: un elenco delle aziende che rappresentano un pericolo per la sicurezza nazionale. Lo riporta Bloomberg, ricordando come il governo di Washington avesse già ordinato, nel 2017, alle agenzie federali di rimuovere tutti i prodotti di Kaspersky dai propri computer.

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Usa, Kaspersky come Huawei

Adesso, in base al Secure and Trusted Communications Networks Act of 2019, la Fcc ha posto la compagnia sullo stesso piano della cinese Huawei. Dopo il divieto commerciale che la presidenza Trump ha introdotto negli anni scorsi, Huawei ha subito forti perdite nel settore della tecnologia di consumo. Qualcosa di simile, per Kaspersky, sta avvenendo in Italia. Il 18 marzo scorso il Consiglio dei ministri ha avviato misure per il rafforzamento della sicurezza informatica della Pubblica Amministrazione. Si è deciso di sostituire tutti i software acquistati da aziende russe.

La replica di Kaspersky

Kaspersky ha commentato la mossa della Fcc sottolineando la perdita di parte degli 8 miliardi di dollari che ogni anno stanzia l’Universal Service Fund. Denaro pubblico dei contribuenti statunitensi destinato all’acquisto di prodotti di sicurezza per le amministrazioni pubbliche. Fra cui i software della compagnia russa. Kaspersky si dice “delusa dalla decisione della Federal Communications Commission di vietare l’utilizzo di determinati sussidi federali relativi alle telecomunicazioni per l’acquisto di prodotti e servizi Kaspersky. Questa decisione non si basa su alcuna valutazione tecnica dei prodotti, che l’azienda sostiene continuamente, ma solo su basi politiche“. Per reazione il colosso russo ha bloccato tutte le attività su HackerOne, la piattaforma globale con cui i ricercatori possono segnalare bug (falle) e vulnerabilità nei più importanti software in circolazione.

Ma non c’è soltanto Kaspersky a subire le ritorsioni sanzionatorie, e le paure, dell’Occidente dopo che la Russia ha invaso l’Ucraina. Di queste ore la notizia che Apple Pay e Google Pay non supportano più il sistema di pagamento russo con carta Mir, il circuito di pagamenti elettronici gestito dalla Banca centrale della Federazione Russa. Una volta bloccati in Russia i circuiti Visa e Mastercard, per volontà americana, i clienti Apple e Google hanno potuto finora continuare a usufruire del servizi attraverso il circuito Mir. Da ora in avanti non più. Lo riporta Reuters.

Mir, il circuito di pagamenti russo

In pratica, una volta escluso dall’integrazione in Apple Pay, chiunque basi le proprie attività su una carta di debito o di credito via Mir non può acquistare prodotti online e nei negozi sfruttando la tecnologia Nfc degli iPhone e presto degli smartphone Android con Google Pay. Le prime carte di pagamento basate sul sistema Mir risalgono al dicembre 2015. L’anno successivo erano arrivate le compagnie straniere, come la cinese AliExpress e, nell’estate del 2016, la catena di fast food statunitense McDonald’s.

Mosca Russia
Mosca: sulla destra il Cremlino; sullo sfondo l’International business center. Foto Wikimedia Commons

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Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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