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Trentadue chip sotto pelle, chi è il biohacker che apre le porte a distanza

In Olanda il caso di Patrick Paumen. Nel suo corpo apparecchi elettronici del peso inferiore a un grammo. Servono anche per pagare contacless

Si definisce un biohacker, ha 37 anni e, soprattutto, 32 chip sotto la pelle. Con uno di questi effettua pagamenti semplicemente avvicinando la mano ad un lettore contactless. Grazie ad altri può aprire porte a distanza. “La tecnologia continua a evolversi, quindi continuo a collezionarne di più”. 

È stata la BBC a raccontare la storia di Patrick Paumen, addetto alla sicurezza olandese. “Le reazioni che noto alla cassa non hanno prezzo” dice alla testata inglese, riferendosi a cosa accade quando si avvicina a un sistema di pagamento elettronico contactless in un negozio o in un supermercato. Paumen ha spiegato che l’installazione di un chip sottocutaneo provoca lo stesso fastidio di un pizzicotto. Il che, verrebbe da dire, moltiplicato per 32 chip non è forse pienamente indolore.

Chip Paumen Olanda
Patrick Paumen, 37 anni. Foto Twitter @Vicarious1984

Per quanto possa apparire sconvolgente, in realtà la tecnologia che prevede l’impianto di microchip nel corpo umano non è più una novità da decenni. Ma quello dell’addetto olandese alla security è un po’ un caso estremo. Tuttavia la Bbc riporta un sondaggio, molto recente (2021) condotto su 4.000 europei. Ben il 51% degli intervistati prenderebbe in considerazione l’idea dell’installazione di un chip sotto pelle.

Chip che aprono porte

Nel suo corpo Paumen ha impiantati anche chip per aprire le porte. “La tecnologia continua a evolversi, quindi continuo a collezionarne di più. Non vorrei vivere senza di loro“, dice alla Bbc aggiungendo di non avere preoccupazioni né per la sicurezza né per la privacy. “Gli impianti – spiega – contengono lo stesso tipo di tecnologia che le persone utilizzano quotidianamente. Dai telecomandi per aprire le porte, alle carte bancarie o quelle per il trasporto pubblico“.

Chip Paumen Mano
Foto Twitter @Vicarious1984

Grandi come un chicco di riso

I chip di pagamento impiantati sono solo “un’estensione dell’Internet delle cose“, un nuovo modo di connettere e scambiare dati, spiega Theodora Lau. Esperta di tecnologia e fintech, Lau è coautrice del libro Beyond Good: How Technology Is Leading A Business Driven Revolution (Oltre il bene: come la tecnologia sta conducendo una rivoluzione guidata dal business). Per dare le dimensioni dell’invasività di questi chip si può fare riferimento all’azienda anglo polacca Walletmor. Si tratta di una delle prime a rendere disponibili al grande pubblico questi sistemi. Walletmor ha realizzato dei chip sottocutanei a uso umano che non arrivano al grammo di peso e che sono appena più grandi di un chicco di riso.

Una radiografia delle mani di Paumen con alcuni chip. Foto Twitter @Vicarious1984

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Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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