Food e salute, Stefania Camurri: “il mio mestiere è una guerra, tra sofferenza e passione”

L'intervista esclusiva di VelvetMAG con la chef che non può assaggiare i propri piatti

Stefania Camurri è una chef, un’imprenditrice, ma anche una scrittrice, che con il suo libro ha deciso di far conoscere al mondo il suo modo di essere. La sua vita, infatti, è molto particolare, perché lei è una chef che non può assaggiare i piatti che prepara con successo per gli altri.

Originaria di Carpi, è la protagonista appassionata del ristorante Mamanonmama di Campiglia Marittima. Cucina e idea piatti che sono delle vere e proprie opere d’arte. Ma lei non li può mangiare, neppure assaggiare. Autrice di Cenerpentola (Albatros Edizioni) è la chef col tacco 12 che nel suo libro affronta il tema dell’obesità e del difficile rapporto con il proprio corpo.

Del suo libro, della propria fisicitàingombrante” e della propria rinascita ha parlato con noi di VelvetMAG. Si è aperta in una chiacchierata sincera mostrando il suo lato femminile in maniera schietta e sincera, soprattutto sui conti che dovuto fare con il proprio corpo.

Intervista esclusiva a Stefania Camurri

Partirei proprio dal libro che hai scritto di recente. Cosa ti ha spinto ad intraprendere questo progetto del tutto nuovo?
Ho sempre avuto, fin da piccola una passione per la scrittura. Quando esco dalla cucina, mi diletto a scrivere. Il libro inizia con una prefazione in cui racconto di una cena che ho adorato. C’era un cucina a vista e io vedevo queste signore ai fornelli in cui mi sono rivista. Ho rivisto il mio mestiere che è una guerra, tra sofferenza e passione.

Come definiresti la tua professione?

Crescendo in una famiglia di ristoratori, ti accorgi di avere dei ritmi del tutto diversi da quelli di un’altra persona. Per questo lo definirei più uno “stile di vita” che un mestiere. Il nostro lavoro ti porta a vivere in una dimensione diversa: non hai sabati, domeniche, giorni di feste. Sono quelli, anzi, i giorni in cui lavori di più! Anche a livello di amicizie è tutto più difficile. Ti rendi conto che, alla fine, hai tanti conoscenti, ma che hai la possibilità di coltivare poche amicizie vere. Non ci sono riunioni, cene di famiglia o quello che appare normale. Per una donna è ancora più difficile e sembra che la vita ti ponga davanti a una scelta.

Oggi la cucina è la tua passione, ma inizialmente non era questo il tuo sogno. La tua fisicità, ad un certo punto, ti ha riportato ai fornelli. Come è successo?
Volevo fare altro. Mi ero dedicata alle lingue, ho viaggiato per il mondo, ma ad ogni colloquio la mia fisicità mi limitava. Desideravo essere una hostess di volo, ma il mio peso era un limite. Così ho chiesto di essere una  hostess al desk, ma mi hanno detto che la foto a figura intera sarebbe stato un limite. Quando sono uscita da quel colloquio ho gettato tutto via e ho deciso di cambiare vita. Ho deciso di affrontare l’intervento per perdere peso, ai tempi pionieristico e precursore dei tempi. Ho lasciato la scuola per interpreti e il mestiere dei miei genitori è diventato, inizialmente, un appoggio in attesa dell’intervento. Poi la vita mi ha portato a diventare chef, nonostante da dopo l’intervento io non possa mangiare nessun cibo solido. Ho sempre provato a scappare da questo mondo, ma alla fine non ci sono riuscita.

Nonostante l’intervento, però, il rapporto con il cibo non è migliorato del tutto, ma riesci a mettere nella creazione dei piatti tutta te stessa. Come riesci a coniugare questi aspetti della tua vita?
Sono rimasta obesa nella mia mente
. Da trent’anni faccio i conti con un intervento che non mi permette di mangiare nulla, se non creme. Per me è una guerra, ma ho trasformato la cucina nel modo in cui non sono riuscita a trasformare me. I miei piatti sono molto particolari, curati in ogni dettaglio, belli. Io mi sento bella dentro, ma non fuori. Così ho cercato di portare nei piatti quell’aspetto estetico bellissimo, oltre al buon gusto. Immagino che il mio piatto sia una tela su cui usare colori, consistenze diverse fino a ottenere qualcosa che vada oltre il piatto stesso. I miei piatti rispecchiano una cucina di concetto diversa dalla cucina del territorio.

Potresti dire che il rapporto con il cibo è ancora un capitolo aperto?

Io mangerei tutto. Nella mente rimango obesa, ma è lo stomaco che non me lo permette. L’obesità è una dipendenza dal cibo. Si tratta di una dipendenza come altre. Sto cercando di disintossicarmi facendo la chef, ma è come se un alcolista si trovasse a spillare birre in un bar. Sono sotto costante minaccia del cibo, che vorrei mangiare. Ma non posso.

Oggi la tematica dell’alimentazione è una tendenza verso la quale si mostra una maggiore apertura. Pensi che oggi la situazione sia cambiata rispetto agli anni in cui ti sei sottoposta tu all’intervento? Si può davvero dire che viviamo nell’era del body positivity?

La mia percezione è differente. Ufficialmente è come dici tu: c’è più inclusione. Ma ufficiosamente non è così. Non credo sia così. Si tende ad educare all’accettazione di ogni tipo di fisicità, ma che sia un risultato già raggiunto non lo credo. Possiamo fare un esempio banale: anche quando ci scattiamo delle foto sentiamo la necessità di usare dei filtri. Se fosse tutto così “ben accetto” non ci sarebbe questa necessità che appartiene a donne e uomini di ogni età e con ogni tipo di fisicità. Non condanno assolutamente queste scelte, perché se ci fanno star bene non vedo perché non dovremmo usarle. Ma sono cose che mi fanno riflettere e dire che in realtà non ci accettiamo davvero. C’è solo più educazione in merito.

Ritieni che in Italia ci sia ancora molto da lavorare nell’atteggiamento generale nei confronti dell’obesità?

Assolutamente sì. L’obesità è vista ancora come una trascuratezza. La persona obesa è differenziata, ad esempio, da quella anoressica e c’è la tendenza a non voler capire che si tratta allo stesso modo di una malattia che ha a che fare con il cibo. E, invece, bisogna pensare che spesso gli obesi sono gli ultimi a trascurarsi, perché non possono permetterselo. Mi piacerebbe che non si educasse solo a condannare il body shaming o a non criticare, perché officiosamente lo faranno sempre tutti. Mi piacerebbe, piuttosto, che si andasse oltre le apparenze e si concedesse anche alle persone obese di dimostrare di valere.

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