Liberalizzazione e DDL concorrenza: perché stiamo svendendo l’Italia

Le privatizzazioni degli anni Novanta, la liberalizzazione forzata, la pubblica amministrazione

Negli ultimi giorni si è riacceso il dibattito riguardo l’applicazione della direttiva Europea, c.d Bolkestein, al settore delle concessioni balneari italiane. Ma non solo, nel cosiddetto DDL concorrenza vi sarebbero stravolgimenti in arrivo anche per il settore del trasporto pubblico e delle licenze taxi. Il governo Draghi punta ad una maggiore liberalizzazione di questi settori.

Liberalizzazione e DDL concorrenza: perché stiamo svendendo l’Italia

Garantire una maggiore concorrenza“, significa “migliorare la qualità dei servizi per il cittadino” spiega il Premier. Come evitare uno spreco di denaro pubblico, risolvere le incongruenze dei bilanci statali di settore, disincentivare rapporti clientelari con le Amministrazioni locali. Tutte frasi note dal manuale di fede liberista. Dove liberalizzare è la sola via per curare la mala amministrazione.

@Wynn Pointaux da Pixabay

Eppure questa storia nel nostro Paese è già accaduta ed i risultati non sono stati affatto quelli sperati. Perché i problemi interni non si risolvono ‘scoprendo il fianco’. E senza delle fondamenta forti nessun paese reggerebbe mai alla concorrenza globale. Ma poi è giusto obbedire alla liberalizzazione forzata dell’UE? Davvero è la miglior strada percorribile?

Liberalizzazione e Pubblica Amministrazione

Le ultime ‘resistenze di settore’ nel nostro Paese sfuggite all’ondata neo-liberista degli Anni Novanta/Duemila, devono oggi capitolare in nome di una maggior trasparenza e concorrenza. I bandi delle concessioni balneari e la regolamentazione delle licenze taxi, dovranno da oggi agevolare la concorrenza globale. Con la possibilità concreta che il nostro Paese in queste aree sia ancora una volta preda di multinazionali straniere. Si perde nella sfiducia nella Pubblica Amministrazione (PA) anche solo la possibilità di tentare prima, al livello nazionale, l’introduzione di una regolamentazione per efficientare la gestione. Provare a istituire dei meccanismi di maggior controllo ad esempio sul pagamento dei rispettivi canoni, per quanto riguarda le concessioni balneari. No, ormai è troppo tardi, perché i dubbi riguardano in primis la possibilità che la PA di questo Paese possa essere davvero risanata. Nessun governo riflette più sul come salvaguardare e migliorare la posizione di un bene nazionale. Svenderlo o lasciarlo alla competizione con i colossi stranieri è semplicemente più facile e veloce. 

Le liberalizzazioni in Italia: il resoconto economico dopo trent’anni

Un film che si ripete costantemente nel nostro Paese. Dove interi settori e fiori all’occhiello del Made in Italy, sin dalle privatizzazioni degli Anni Novanta, sono stati via via svenduti al miglior offerente. Era il 1993 quando per ridurre l’entità del debito pubblico italiano e lo spread con i Bund tedeschi, clausole chiave allora per l’entrata nell’Euro, la classe politica del tempo attuò una vera e propria svendita del patrimonio industriale. Liberalizzazioni forzate e privatizzazioni massicce, anche allora furono condotte nella convinzione e nella speranza che una maggiore liberalizzazione e una presenza di vincoli esterni UE, avrebbero portato ad un Paese più ‘snello’. Dove le amministrazioni e le imprese statali erano reputate colpevoli di creare debito, intessere rapporti clientelari, non garantire una trasparenza dei bandi – opprimendo l’economia – al contrario le liberalizzazioni erano quelle che avrebbero salvato il nostro Paese.

@Rilsonav da Pixabay

Cosa è accaduto? Il resoconto economico italiano degli ultimi trent’anni è lungi dall’essere un racconto di glorie: possiamo annoverare continui fallimenti (Alitalia), progressiva perdita di monopoli strategici (Telecom) e di competitività economica (eravamo la quarta potenza mondiale!). Cosa ci si poteva aspettare dopotutto da un Paese che aveva visto per più di 60 anni nello Stato il motore propulsore dell’economia? Orfani di un sistema-paese pronto a sostenere le aziende; le stesse non hanno retto la competizione. Una realtà storica come quella della Ignis è oggi in mano americana, gran parte del settore del lusso in mano francese. Il gruppo Ferretti, eccellenza del settore nautico, finito in mano della Cina. Oggi in nome di risorse, senza alcun dubbio essenziali, come lo sono quelle del PNRR, rischiamo di mettere a rischio o compromettere le attività di piccoli e medi imprenditori italiani, che corrono il rischio di scomparire a causa di potenziali investimenti e interessi extra-europei.

La libertà dell’intero Paese a ‘rischio’ … globalizzazione

Questo non significa che l’economia italiana e le imprese italiane non sono in grado di reggere la competizione laddove globale. Ma che non vi sono determinate condizioni per affrontarla. Non si può sperare di aggiustare o bypassare i ritardi nella modernizzazione della PA, aprendo semplicemente gli argini della globalizzazione. Non si può pensare di vendere alla sola logica di mercato un settore cruciale del nostro Paese come quello del Turismo. Di creare PIL a furia di soli indennizzi, bonus, ma senza un nuovo progetto di sostegno industriale. Liberalizzare senza un vero progetto-paese significa solo svendersi al miglior offerente. La liberalizzazione alla pari della democrazia, come la descriveva Oriana Fallaci, “non la si può vendere ai paesi come una barretta di cioccolata”. Il PNRR ha messo in Paese nelle condizioni di essere obbligato in tempi brevi e a tappe forzate ad una liberalizzazione senza paracadute.

Le colpe della classe dirigente

Non è stato neppure posto dalla classe politica un nuovo paradigma per passare dal liberalizzare per modernizzare, al contrario: modernizzare per liberalizzare. Questo è stato e continua ad essere la colpa più grande della nostra classe dirigente. Una sfilza di ‘errori’ da destra a sinistra; o forse pegno di ‘gratificazioni’ dai privati che di queste decisioni hanno tratto giovamento. La nostra classe dirigente, sempre più sfiduciata e passiva, non sembra aver voglia di scommettere su se stessa e procede perciò oggi per soli processi di imitazione. Ma rischiamo di ricommettere gli stessi errori di trent’anni fa. In nome di un liberalismo che ormai già da un decennio mostra segni di evidente cedimento. In tutto il mondo ormai crescono gli investimenti stataliPerfino nella “liberalissima” Inghilterra, ai monopoli pubblici si sono sostituiti degli oligopoli privati. Con la Cina alle porte o l’Europa rinasce nella propria natura socialdemocratica, tutelando un minimo il proprio mercato interno. O questa liberalizzazione – così confezionata – è giusto che “non sa da fare“.

Attualità, Spettacolo e Approfondimenti

Siciliana trapiantata nella Capitale, dopo la maturità classica ha coltivato la passione per le scienze umane laureandosi in Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Senza mai abbandonare il sogno della recitazione per cui ha collaborato con le più importanti produzioni cinematografiche italiane tra cui Lux Vide, Lotus e Italian International Film.
Si occupa di attualità e degli approfondimenti culturali e sociali di MAG Life, con incursioni video. Parla fluentemente inglese e spagnolo; la scrittura è la sua forma di attivismo sociale. Il suo mito? Oriana Fallaci.