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Beatrice Grannò, Io non so parlar d’amore: «Indosso un vestito. Poi canto per qualcuno che non c’è» [ESCLUSIVA]

Attrice e cantautrice, ha preso un classico di Celentano e l'ha fatto suo

«Inizialmente quando è arrivato il vestito ho avuto dei dubbi, era molto importante come abito. Valentina [Palumbo, nda] invece era sicura che fosse quello giusto: quando l’ho indossato me ne sono innamorata. Adoro le spalle scoperte. E poi chi l’ha detto che la sensualità non possa essere anche delicata ed uscire fuori da questi dettagli?».

Beatrice Grannò

In un primo momento, nel vederla indossare quel total look Gucci, fasciatissima in un corpetto di pelle nera e sexy da morire, ho dubitato fosse il vestito giusto. Beatrice Grannò, infatti, reinterpreta L’emozione non ha voce di Celentano con una finezza vocale ed espressiva che mi strega. Il video (realizzato da Alessandro Macci) è il racconto di una performance intimissima, solo piano e voce, con un’estetica da fashion movie dal quale emergono una sensualità mai dichiarata e tutta la malinconia sexy di Beatrice. Che è proprio quel tipo di malinconia (e di malizia inconsapevole) che il suo aspetto suggerisce, che il suo portamento conferma e che il suo sguardo in camera finale ne Gli Indifferenti, per quanto mi riguarda, ha suggellato. Ci sono giovani donne che si muovono con l’eterno fascino di un’adolescente che non ha ancora scoperto di poter sedurre: la sua voce si tira dietro questo fascino qui. Così come l’arrangiamento che ha fatto del brano, che nelle sua mani è diventato Io non so parlar d’amore.

Beatrice Grannò e la cover di Celentano

Approcciarsi ad un classico della canzone leggera italiana come L’emozione non ha voce (e ad una delle voci maschili più caratteristiche del nostro repertorio) significa solo due cose. O si ottiene una cover scimmiottata e riverente, oppure un coraggioso arrangiamento che trapassa l’originale. E alla fine dei conti, Beatrice Grannò più che ricordare Celentano fa pensare a Kate Nash. Nella sua versione del brano sussurra malinconica – come quelle dive anni ’40 che tanto ama – mentre si esibisce per un pubblico inesistente. Ed è qui che il total look Gucci non potrebbe essere, al contrario di quanto temevo, più azzeccato di così. «Mi dava l’idea del prepararsi», mi racconta lei. «L’idea di fondo è proprio quella di mettersi un vestito e prepararsi a fare una performance per qualcuno che non c’è».

Tantissime le sfumature dietro a un desiderio come questo, femminile e insieme comune a qualsiasi performer. Tanto nel brano quanto nel video si percepisce un sentimento di timida rincorsa verso qualcuno che non c’è, in generale e al di là delle quarantene. Beatrice Grannò riesce a cogliere tutta la pulsione celata dietro la messa in scena del farsi bella e performante, sperando che qualcuno sia lì a guardarci. Mentre canta “mi manca un po’ il respiro ma se ci sei c’è troppa luce” sembra anche dire: “ho raccolto i capelli dietro la nuca: lo hai notato?”. È un’urgenza carica di mancanze, di fascino e del voyeurismo più segreto. «L’amore a cui faccio riferimento non è di coppia, ma penso a quella ricerca costante di approvazione esterna. Cercare di ammaliare è un bisogno che forse unisce molte persone che fanno il mio lavoro. Esporsi per ricevere un feedback. Che poi torna anche in quella fretta di passare da una cosa all’altra, di non fermarsi mai».

Beatrice Grannò

Dopo Gli Indifferenti, Io non so parlar d’amore

Ancora una creatura figlia della quarantena, dunque. Che se da una parte ha scatenato una bulimia creativa spesso a servizio della noia più che di un’ispirazione vincente, talvolta ha raccontato anche storie forti. Quando ho parlato con Beatrice Grannò nel dicembre 2020, immaginavamo insieme cosa avrebbe detto ad Alberto Moravia se avesse potuto incontrarlo. Non era solo un esercizio di fantasia, dal momento che aveva appena interpretato Carla Ardengo nel film Gli Indifferenti, tratto dall’omonimo romanzo di Moravia e diretto da Leonardo Guerra Seràgnoli. Ora, per una serie di coincidenze ed eventi frutto, appunto, di dieci giorni di quarantena preventiva, la ritrovo per parlare di musica. L’altro suo grande amore (per me addirittura al primo posto nella sua classifica, rispetto al cinema. Ma lei non si sbilancia a scegliere tra i due figli che delicatamente accudisce).

«Ho trascorso Capodanno da sola perché avevo avuto un contatto e dovevo restare 10 giorni isolata. Era da tanto che volevo fare una cover, e questa in particolare. È una canzone che ascoltavo fin da bambina, in macchina durante i viaggi o quando mia mamma me la cantava». Come dicevo, ormai si capisce presto quando una creatura figlia della quarantena ha davvero qualcosa da raccontare. Ha lavorato su quelli che lei stessa definisce «i quattro accordi della canzone italiana», con cui non si sbaglia mai. Poi li ha sostituiti con quelli che riteneva più vicini al suo genere musicale. In meno di dieci giorni ha lavorato per la prima volta alla produzione di un brano home-made, con un programma di registrazione e la sua fedele tastiera rossa: «Prendo degli accordi e li sostituisco, ho studiato pianoforte classico e faccio una grande fatica a rapportarmi alle nozioni specifiche sugli accordi. Le sento ad orecchio, e credo che questo sia figlio della musica jazz».

Beatrice Grannò

Quella sera a Trastevere

La cover che Beatrice Grannò fa de L’emozione non ha voce – Io non so parlar d’amore riesce ad essere in qualche modo un brano a sé, nato da un’immagine a sé, distante dal semplice omaggio a Celentano: «Già dopo il primo grande lockdown, una sera tardi entrai in un piccolo locale a Trastevere, a Piazza San Cosimato. Era orario di chiusura e c’era pochissima gente in giro, per via del Covid. Ma questo cantante la suonava al pianobar e mi ha emozionato tantissimo: una canzone d’amore come quella senza nessuno nel locale, se non la barista che la canticchiava. Ho voluto fare una cover che raccontasse proprio la sensazione di amare ma senza avere qualcuno che sia lì a ricevere questo tuo amore. È malinconico ma io nella malinconia ci sguazzo».

«Gli accordi che ho scelto sono tutti sospesi, rievocano la malinconia che volevo comunicare. La prima versione che avevo ottenuto era perfino dark, tutti accordi di minore, era troppo. Ci sono tornata su e ho raggiunto qualcosa di principesco, un po’ antico e anni Quaranta, anche nell’utilizzo dei controcanti e dei cori».

Verso un album di inediti, tra folk e blues

Le dive e le cantanti degli anni Quaranta restano per lei un territorio affascinante, mi confida, proprio per quel modo di «esprimere la loro femminilità in linea con quello che mi piace. Era un’epoca diversa, la pesantezza nello sguardo incontrava anche la sensualità. Penso anche a Billie Holiday». E proprio su Billie Holiday mi racconta l’aneddoto di quando, sognando di fare la cantante, la prima volta che entrò in un locale per fare un provino le chiesero di alzare la gonna mentre si esibiva, per raccogliere i soldi dal pubblico. «E invece lei decise di non farlo, ma le persone le diedero i soldi comunque. La sua voce era talmente potente, e quest’idea di poter convertire un’emozione forte in un suono è quello che mi emoziona di più. Per questo i miei brani abbracceranno una dimensione folk e blues».

«Saranno», dice, perché qualcosa in cantiere c’è. Si prepara da anni ma entro il 2021 possiamo aspettarci di ascoltare una sua produzione. Galeotta fu, anche qui, la quarantena. E l’incontro con un chitarrista di conservatorio con cui lavorare a degli inediti. Se al cinema ci ha già convinti, il suo percorso musicale è solo all’inizio e promette più che bene. Guardare la cover Io non so parlar d’amore per credere.

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