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Antonia Liskova: «Siamo dominatrici, l’amicizia femminile è difficile» [INTERVISTA ESCLUSIVA]

L'attrice è una delle protagoniste del film "Addio al nubilato"

La prima reazione dopo la visione di “Addio al nubilato” è di aver visto una versione al femminile di “Una notte da leoni” in salsa italiana. La verità è che il copione dello spettacolo teatrale, da cui è tratto il film, è antecedente all’uscita della fortunata pellicola diretta da Todd Phillips.

La reazione successiva è di compiacimento per l’affiatamento tra le protagoniste della commedia, tra le quali spicca una super ironica e divertente Antonia Liskova. “Ma quant’è brava e credibile” ha esclamato chi scrive, ammirando i perfetti tempi comici dell’interprete slovacca naturalizzata italiana, che il pubblico ha imparato a conoscere per le sue interpretazioni in serie tv come “Tutti pazzi per amore” e “Nero a metà” e in film come “Riparo” e “A Tor Bella Monaca non piove mai”.

La storia di “Addio al nubilato”, diretto da Francesco Apolloni (autore anche dell’omonima pièce) è quella di quattro amiche dai tempi delle superiori che si ritrovano dopo vent’anni per festeggiare l’ultima notte prima delle nozze di una compagna di classe. La sposa, però, non si presenta all’appuntamento, lasciando degli indizi che portano le quattro donne in giro per la città in una caccia al tesoro.

Addio al nubilato film

Intervista ad Antonia Liskova

“Addio al nubilato” è una commedia corale femminile che stupisce per la complicità e l’affiatamento tra voi attrici. Con te recitano Laura Chiatti, Chiara Francini, Jun Ichikawa: quanto vi siete divertite?

Davvero molto! Credo che complicità e intesa siano gli ingredienti più importanti su un set. Sono sicura che, quando ci sono tensioni o disaccordi, il pubblico lo capti, lo percepisca. In questo film sin dall’inizio c’è stato grande affiatamento con le altre interpreti, tanto che si sono create amicizie intense e sincere. In molti hanno notato questo aspetto ed è una cosa bellissima, di cui vado fiera perché vuol dire che il rapporto è realistico.

Il tuo personaggio si chiama Eleonora, è una life coach, una sessuologa che per lavoro dà consigli sul sesso ma non sembra poi applicarli in modo così rigoroso e serio nella sua vita personale…

È proprio quello che io e il regista volevamo trasparisse. Per questo abbiamo anche apportato alcune modifiche rispetto alla sceneggiatura originale. Questo aspetto fa parte di tutti noi: ciò di cui riusciamo a parlare meglio, non riusciamo poi ad applicarlo o a farlo nelle nostre vite. Con gli altri riusciamo sempre a essere più obiettivi, ci prendiamo cura di loro e poi magari trascuriamo noi stessi.

Accade soprattutto quando si parla di storie d’amore, è bello dare consigli dall’esterno a qualcuno che è emotivamente coinvolto in una relazione. Non è facile fare i conti con se stessi e con le proprie paure. Eleonora nel film affronta il timore di andare sulle montagne russe, una cosa che condivido e capisco benissimo!

Davvero? Come hai fatto a girare la scena ambientata al parco a tema Cinecittà World?

È stato veramente terribile, ero terrorizzata. Abbiamo girato quella sequenza due volte e devo ammettere che già la seconda volta mi ha fatto meno paura. Vedi, come sempre è ciò che non conosciamo che ci fa più paura. È stata una bella lezione.

Come ti sei trovata a lavorare con Francesco Apolloni? Cosa ti ha chiesto per il personaggio di Eleonora?

Abbiamo fatto un grande lavoro di preparazione dei personaggi prima dell’inizio delle riprese. Ognuna di noi ha dato il proprio contributo, i propri suggerimenti sull’interpretazione da fare. Sai, una commedia che ha per protagoniste delle femmine, ed è stata scritta da un uomo, può presentare delle imperfezioni, delle mancanze, dei piccoli difetti da attribuire al punto di vista maschile. Non è insolito. Abbiamo cercato di dare armonia al tutto, noi attrici abbiamo lavorato tantissimo sui dialoghi, su ciò che andava aggiunto e tolto dalla sceneggiatura. Devo dire che è stato un bellissimo lavoro di squadra.

Il film ovviamente parla di amicizie tra donne, che un po’ si perdono però si ritrovano, che magari non hanno superato dei risentimenti reciproci ma alla fine si vogliono bene. Per te è importante avere delle amiche? Ne hai?

Sì certo! Ho due amiche che frequento da una vita. Si tratta comunque di amicizie singolari, nel senso che non usciamo tutte insieme. Sono rapporti che viaggiano su binari diversi. Credo che un’amicizia femminile di gruppo, come quella rappresentata nel film, sia un po’ difficile oltre che rara. Già è problematico gestire due personalità femminili all’interno di un rapporto di amicizia.

Siamo dominatrici, entità a sé, abbiamo bisogno di prenderci il nostro spazio e quando abbiamo un’amica è solo nostra. Sarebbe molto più facile per noi condividerla con un amico maschio piuttosto che con un’amica donna. Nella nostra natura c’è questa rivalità, che ritrovo anche nel rapporto tra figlia e madre. Io ho una figlia adolescente e vedo che tra noi c’è un amore folle che comporta contrasti, scontri, il desiderio di far prevalere la propria idea, di far capire all’altra il limite del proprio spazio.

Quando guardavo “Sex and the city”, ad esempio, mi stupivo del fatto che venisse sottolineata molto di più l’amicizia rispetto ai contrasti. Noi quattro protagoniste di “Addio al nubilato” ci ritroviamo tanti anni dopo il periodo in cui eravamo adolescenti, quando si tende a far gruppo come forma di protezione verso gli altri. Crescendo inevitabilmente ci si perde, perché si prendono strade diverse. Il fatto che ci siano dei rancori, dei rimorsi, delle cose irrisolte rispetto al passato è normale. Da piccole si fanno scelte che non devono ferire l’amicizia, ma che magari non si riesce a gestire al meglio perché si vuol molto bene a un’amica. I malintesi, i non detti, i rancori non risolti si trascinano.

Le protagoniste del film si ritrovano che sono quarantenni, e dovrebbero avere un po’ di spessore e struttura. Nella notte in cui sono di nuovo insieme, dopo tanti anni, esce fuori tutto ciò che avevano represso per tanto tempo. Tornano un po’ ragazzine e hanno bisogno di dirsi tutte quelle cose che erano rimaste in sospeso. È un po’ la notte della risoluzione e della verità.

Uno dei temi affrontati nel film è quello del “per sempre”, delle promesse che non si dovrebbero mai sciogliere. Tu che rapporto hai con la locuzione avverbiale “per sempre”?

Credo che sia una promessa che non andrebbe mai fatta. Dove finisce il per sempre? Con la morte? Va oltre ad essa? Finisce quando succede qualcosa? Quando c’è una rottura? Un dolore? “Per sempre” è una espressione piena di boria, presuntuosa, effimera. È come la felicità, fa parte di un momento circoscritto che poi inevitabilmente finisce come finiscono tutte le cose. È bello sentirselo dire anche se fa un po’ paura, ma non ho un bel rapporto con questa locuzione, a essere sincera…

Citavi prima il rapporto madre-figlia. Tua figlia Liliana ha 16 anni, è in piena età da liceo. Ha visto il tuo film? Cosa ne ha pensato?

Non l’ha ancora visto, ma devo dirti che non ama molto vedermi, è in quella fase in cui si sente a disagio nel guardarmi sullo schermo. I suoi amici poi la chiamano, le dicono di avermi visto recitare, e lei si imbarazza. Non è molto legata al mio lavoro, al fatto di vedermi in tv, si sente in imbarazzo. Questa cosa fa sorridere perché non posso guardare con lei nemmeno le serie che lei ama. In questo momento preferisce guardare da sola le cose che le piacciono, perché magari ci sono delle situazioni che la imbarazzano quando sono accanto a lei. Immagino che, anche nel caso specifico di “Addio al nubilato”, vedere la mamma in situazioni particolari la metterebbe un po’ a disagio. Ognuno gestisce le sue sensazioni in modo diverso, io la rispetto e aspetto il momento in cui sarà pronta a vederlo il film insieme a me.

Il tuo debutto in televisione è avvenuto nel 1998 con la serie “Le ragazze di Piazza di Spagna”. All’epoca avevi poco più di 20 anni. Sei sempre stata una ragazza con le idee chiare? Hai sempre saputo cosa volevi fare?

Assolutamente no! Ancora oggi sono una persona piena di confusione, voglia di diversificare e fare cose nuove. Non mi sono mai sentita arrivata. Come il resto dell’umanità sono più le cose che so di non volere rispetto a quelle che so di desiderare. È molto più difficile focalizzarsi. Ancora non ho capito cosa voglio.

Sono passati più di vent’anni dal tuo esordio al cinema con Carlo Verdone, nel film “C’era un cinese in coma”. Quando ti guardi indietro e rifletti su tutto quello che hai fatto nel frattempo, cosa pensi?

Non sono una persona che va tanto a ritroso con la mente e la memoria, ho sempre pensato che quello che è stato fatto parla da sé. A volte ci viene la tristezza per non aver fatto alcune cose come le faremmo con la testa di oggi. Sono d’accordo con mia nonna quando diceva: “Se con questa testa avessi oggi vent’anni, chissà cosa potrei combinare!”. Non rifletto molto su quello che è stato, di sicuro ci sono cose che avrei voluto cambiare, altre cose che non farei oggi, altre che avrei voluto fare meglio.

Non sono una che ama perdere tempo sulle cose che non si possono più modificare. Ammetto sempre, però che tutto quello che ho fatto mi ha dato qualcosa e mi ha fatto diventare la donna che sono oggi. Soprattutto non dimentico ma da dove vengo, è un sottile velo che mi porto sempre dietro, mi aiuta a prendere le decisioni e ad affrontare le situazioni più importanti.

Tu che sei una donna proiettata verso il futuro, come lo vedi? Cosa pensi della frase che recita “Non torneremo più alla normalità perché la normalità era il problema”?

Penso che, anche in questo caso, “mai” sia una parola grossa e molto importante. Da sempre sono un’inguaribile ottimista, anche perché la storia insegna tante cose, sulle cadute e le risalite dell’umanità. Credo che ci sarà una rinascita ma non torneremo a quella normalità cui eravamo abituati, perché era malata. Ora ho scoperto cose nuove del mio giardino, della vita dei miei vicini di casa, ho cominciato a rendermi conto da che giorno di quale mese cominciano a fiorire le margherite. Era veramente un mondo tropo di corsa. Abbiamo preso una schiaffo a a mano aperta e oggi non possiamo più negarlo.

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Martina Riva

Musica&Cinema Da sempre appassionata di tutto ciò che riguarda il mondo dell’intrattenimento, mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi di laurea in Storia del Cinema sul film “Lolita” di Stanley Kubrick. Finita l’università, mi sono trasferita a Los Angeles, dove, tra le altre cose, ho ottenuto un certificate in giornalismo a UCLA; nella Città degli Angeli ho lavorato per varie TV tra cui KTLA, dove per tre anni mi sono occupata principalmente di cinema, coprendo le anteprime mondiali dei film e i principali eventi legati al mondo spettacolo (Golden Globes, Academy Awards, MTV Awards e altri). Nel 2005 sono approdata alla redazione spettacoli di SKY TG24 dove ho lavorato come redattrice, inviata ai Festival e conduttrice. Le mie passioni principali, oltre al cinema, sono i viaggi, il teatro, la televisione, l’enogastronomia e soprattutto la musica rock. Segni particolari? Un amore incondizionato per i Foo Fighters!
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