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‘E forse sono pazzo’: l’esordio rock di Diodato è un album da riascoltare

Prima del 'rumore': l'album del 2013 è la versione rock di Diodato che molti avevano intercettato (e amato)

Dopo un’estate live in giro per l’Italia, oggi Diodato compie 40 anni e aspetta quella che lui stesso definisce “la festa dell’anima”: il gran concerto del 19 settembre all’Arena di Verona. La porta degli ‘anta’ la spalanca con quattro album in studio e una carriera bilanciata senza frenesie. Scandita dalle svettate sanremesi, ma costruita su fondamenta ben più interessanti. Il suo primo album in studio risale infatti al 2013: E forse sono pazzo è un disco d’esordio coi fiocchi, di quelli che non solo riescono al primo colpo, ma che centrano anche due o tre canzoni da ascoltare ancora e ancora, come Babilonia, Se solo avessi un altro e quella famosa cover di De André…

Diodato, l’inizio del rumore

Il trionfo nazionale arriva nel 2020 grazie a Fai Rumore, con cui vince prima il Festival di Sanremo e poi gli MTV Europe Music Awards come Miglior cantante italiano. Vittorie che confermano quello in pochi avevano intercettato già da tempo: Diodato merita molta attenzione. E infatti da quel momento inizia l’ascesa tra i big, forte di un enorme consenso popolare oltre che di critica. Nello stesso anno arrivano anche il David di Donatello e il Nastro d’Argento per la sua Che vita meravigliosa, soundtrack del film di Özpetek La dea fortuna. Già, perché quella tra Diodato e il cinema è una storia d’amore che fa giri immensi e torna sempre.

Laureato al DAMS di Roma Tre, con alle spalle anche un’esperienza da attore nel film di Marco Danieli Un’avventura, nel 2021 torna a firmare la colonna sonora del biopic su Roberto Baggio per Netflix, Il Divin Codino. Il brano è L’uomo dietro il campione, titolo azzeccatissimo per il ritratto che Letizia Lamartire fa del calciatore. Un pezzo ‘alla Diodato’, intimo ed evocativo, con una chiusura che centra tutto lo spirito degli italiani verso il mito-Baggio: “Lo so, potrà sembrarti un’esagerazione, ma pure quel rigore a me ha insegnato un po’ la vita”.
Un pezzo ‘alla Diodato’, dicevamo. Ma forse non lo avremmo detto nel 2013, quando il suo esordio sulla scena discografica sembrava votarlo alla sperimentazione di un cantautorato rock. Che non solo gli riusciva benissimo, ma che ci manca anche un po’.

E forse sono pazzo

12 brani e una bonus track aggiunta dopo, Babilonia (che rimane una delle più belle e, probabilmente, anche la sintesi perfetta di tutto il suo stile). Con un biglietto da visita che tocca di striscio il grande pubblico, ma che conquista immediatamente gli addetti ai lavori, nel 2013 Diodato presenta le prime linee guida della sua visione musicale. L’album si intitola E forse sono pazzo: è un disco da recuperare e riascoltare, una proposta variegata e ricca di tessitura strumentale (tra chitarre elettriche, violoncelli, tastiere, organi e percussioni). È soprattutto una versione più rock del cantautore che oggi tutti conoscono bene, e che ha trovato nel pop il ponte principale con il grande pubblico.

Per certi versi immergersi in un disco come E forse sono pazzo è anche un’operazione-nostalgia, un tuffo nel sound del primo decennio degli anni Duemila. Le affinità di gusto e stile con band italiane come Negramaro, Vibrazioni, Velvet e Subsonica si avvertono in alcuni dei brani più interessanti dell’album. Ubriaco, Capello bianco e Se solo avessi un altro (pezzo che merita l’ascolto in loop ancora oggi) sono obiettivamente distanti dal tormentone-Fai rumore, ma restano alcuni degli esperimenti più riusciti di Diodato.

Il rock di Diodato

Nel disco, infatti, si sbizzarrisce a proporre molte declinazioni del rock, che di traccia in traccia si fa più pop oppure soft, romantico e perfino elettronico. Nato ad Aosta, originario di Taranto e poi trapiantato a Roma, il Diodato degli esordi mette sul banco di prova un progetto vibrante di riferimenti, contaminazioni e ispirazioni. Nell’album si affacciano soprattutto influenze internazionali tanto care a tutti (e in primis a lui), come Radiohead e Pink Floyd. Ma anche diverse eco del fenomeno britpop in stile Oasis o Blur (più evidenti in brani come Panico o Mi fai morire).

Già dal 2013, però, Diodato guarda anche in casa, tra gli autori che più hanno contribuito alla sua formazione (come Tenco, Paoli, Lauzi e De André). L’omaggio arriva con la potentissima cover soft-rock di Amore che vieni, amore che vai di De André (voluta da Luchetti per il suo film Anni felici), che ha l’ardire di stravolgere l’originale ma senza offenderla, anzi. Diodato (che oltre a cantare qui si occupa anche di cori, fischi, aqua bells, pianoforte e batteria) l’arrangia in una chiave talmente originale da renderla irresistibile.

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