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“Se ci fosse luce sarebbe bellissimo”. Liberiamo lo statista Dc dal buco nero del Caso Moro

Si fa più viva oggi, nel giorno in cui nacque, 105 anni fa, la memoria di ciò che ha fatto in vita lo statista rapito e assassinato nel 1978 dai terroristi delle Brigate Rosse anche a causa dell'intreccio di interessi di partito, apparati occulti dello Stato, servizi e massonerie deviate, grandi potenze straniere

Chi e quante erano le presenze ‘terze’ sul luogo del rapimento di Moro? Chi ha davvero compiuto la perfetta azione militare contro auto in movimento che in Via Fani portò in pochi minuti al massacro dei cinque uomini della scorta e al sequestro dello statista? Veramente è stata soltanto una, quella di Via Montalcini a Roma, la prigione in cui l’uomo fino a quel momento destinato a diventare presidente della Repubblica è stato recluso per 55 giorni? Chi lo ha davvero ucciso? E dove?

Un’oscura tragedia criminale

Sono oltre 4 decenni che il nome di Aldo Moro è schiacciato sulla sua fine tragica, fra il marzo e il maggio 1978. E forse ancor di più sulle domande che giornalisti, Commissioni parlamentari, magistrati e studiosi si sono posti e continuano a porsi al riguardo. Perché la versione ufficiale del rapimento, della prigionia e dell’assassinio di Moro, così come l’hanno resa gli ex Br e gli uomini dello Stato, appare poco credibile sotto diversi profili.

Una memoria da riconquistare

Eppure si assiste, come è avvenuto negli ultimi anni, a un risveglio e a una maggior presa di coscienza popolare. Il presidente della Democrazia Cristiana va riscoperto per ciò che ha fatto in vita. Occorre liberarne la memoria collettiva dall’oscurità per restituirlo alla luce. Sottraendolo, per un momento almeno, al Caso Moro, infinito per gli italiani come il Caso Kennedy lo è per gli americani.

Moro, la fatica della democrazia

Se ci fosse luce sarebbe bellissimo” scrisse Moro alla moglie EleonoraNoretta” nell’ultima lettera dalla prigionia, prima di essere assassinato. Con quell’espressione rimasta celebre si riferiva all’aldilà. Di qua resta la memoria di un luminoso padre costituente, per qualcuno di più: un padre della patria, intesa come la Repubblica democratica nata dalla Resistenza. Nel 2016, per i cento anni dalla nascita, il Presidente Sergio Mattarella ha descritto Moro come un grande statista italiano nel quale “si riassume la fatica della democrazia, opera sempre in divenire, mai definitivamente compiuta“.

Mattarella: “Ripensare la sua vita è libertà”

Fermo e instancabile nel perseguire la sua visione anticipatrice, era portatore di quella vocazione all’intesa” ha spiegato ancora, nel 2016, il Presidente della Repubblica. Ovvero “di quella consapevolezza del valore del confronto” sulla quale egli costruì il suo percorso di uomo di Stato. “Ripensare compiutamente Aldo Moro e la sua intera vita, nella sua dimensione umana, in quella culturale, in quella politica, in quella spirituale, costituisce, oggi, un atto di libertà. “Una vittoria contro i terroristi e le loro violenze, un risarcimento all’intero Paese.”

Il percorso di Moro: l’uomo con “i secoli di scirocco” nello sguardo come lo dipinse Leonardo Sciascia

Giurista e professore di Diritto penale dell’Università di Bari (da qui la definizione di Sciascia), Aldo Moro continuò a insegnare e a incontrare gli studenti fino all’ultimo. Tra i fondatori della Democrazia Cristiana, con Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti, Moro ha contribuito a scrivere la Costituzione. Fu prima segretario (1959) e poi presidente (1976) della Dc, e fu più volte ministro. Cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri, guidò i primi governi di Centrosinistra (1963-68). E promosse, nel periodo 1974-76, la cosiddetta strategia dell’attenzione verso il Partito Comunista Italiano attraverso il cosiddetto compromesso storico. Fu rapito il 16 marzo 1978 e assassinato il 9 maggio successivo dalle Brigate Rosse.

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Domenico Coviello

Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze, come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione Internet de “La Nazione”, “Il Giorno” e “Il Resto del Carlino”, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni, sempre su Internet, all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a “City”, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli – Corriere della Sera. Un passaggio alla “Gazzetta dello Sport” a Roma, e al desk del “Corriere Fiorentino”, il dorso toscano del “Corriere della Sera”, poi di nuovo su Internet per il sito di news “FirenzePost”. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma, e da qui l’approdo a “Velvet Mag”. Ha collaborato a “Vanity Fair”.
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