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Alda e il male trasformato in amore, vestito incandescente della poesia

Nel giorno di Ognissanti del 2009 moriva la Merini, una delle poetesse più grandi e originali del Novecento

Il poeta soffre molto di più – disse Alda Merini – però ha una dignità che non si difende neanche, alle volte. È bello accettare anche il male. Una delle prerogative del poeta, che anche è stata la mia, è non discutere mai da che parte venisse il male. L’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente, è diventato poesia. Ecco il cambiamento della materia che diventa fuoco. Fuoco d’amore per gli altri, anche per chi ti ha insultato“. Fermiamoci qui, verrebbe da dire. Bastano queste sue parole per ricordare la poetessa milanese di cui oggi, 1 novembre, cade il dodicesimo anniversario della morte.

Merini, artista innovativa

Queste dichiarazioni, facilmente rintracciabili in video su YouTube, furono rese da Merini a Paolo Bonolis che la intervistò per la trasmissione Il senso della vita. Del resto lei era una poetessa divenuta molto popolare a partire dagli anni Novanta, senza che questo abbia mai minimamente diminuito il suo valore di artista geniale. Alda Merini, morta a Milano il 1 novembre 2009, nel reparto di oncologia dell’ospedale San Paolo, se ne andò nel giorno dei Santi. Era nata a primavera, il 21 marzo 1931. Fin da adolescente aveva mostrato il suo talento di autrice originale e innovativa, in grado di apparire come voce nuova nell’antologia Poesia italiana contemporanea (Guanda 1950) e fra le Poetesse del Novecento (Scheiwiller 1951).

Donna e poetessa inquieta

Tuttavia, come scrisse Maria Corti, grande scrittrice, critica letteraria e sua amica, fin da giovane “bagliori tragici sono quelli che illuminano la vita di Alda Merini (…) e la sua stessa poesia: una inquietudine foriera di futuri mali“. Dagli anni Sessanta, infatti, le liriche della poetessa dei Navigli s’interruppero. Per due decenni visse la spaventosa realtà del manicomio dove a fasi alterne fu internata. E in tempi in cui in quelle strutture finivano facilmente persone che manifestavano disagi, anche non riconducibili a patologie psichiatriche conclamate.

Manicomio, croce rivelatrice

Ma se la prima raccolta di poesie di Alda Merini, La presenza di Orfeo, pubblicata nel 1953 da Schwarz, ebbe subito un grande successo di critica, il suo capolavoro resta, trent’anni dopo, La Terra Santa (Scheiwiller 1984) che le valse, nel 1993, il Premio Librex-Guggenheim Eugenio Montale per la Poesia. Proprio ne La Terra Santa la poetessa aveva condensato molte delle liriche sull’esperienza manicomiale. “Dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”, scrisse in La pazza della porta accanto (1995). Il Premio Librex Montale l’aveva consacra tra i grandi letterati contemporanei, quali Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci, Mario Luzi, Andrea Zanzotto e Franco Fortini.

Il Nobel che avrebbe meritato

La sua tuttavia è stata anche e soprattutto una poesia d’amore, con cifre molto profonde di sensualità e religiosità. Nella sua carriera artistica Merini si è cimentata anche con la prosa e gli aforismi in varie opere. Come L’altra veritàDiario di una diversaDelirio amoroso, La pazza della porta accanto (con il quale vinse il Premio Latina 1995 e fu finalista al Premio Rapallo 1996), Aforismi e magie. Nel 1996 era stata proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall’Académie Française e aveva vinto il Premio Viareggio. Nel 1997 le era stato assegnato il Premio Procida-Elsa Morante e nel 1999 il Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Settore Poesia.

Merini, poesia “alacre come il fuoco

In me l’anima c’era della meretrice / della santa della sanguinaria dell’ipocrita. / Molti diedero al mio modo di vivere un nome / e fui soltanto una isterica. Così definiva se stessa in un autoritratto dei venti usciti nella raccolta di liriche La gazza ladra (in Vuoto d’amore, Einaudi 1991). Ricordarla, e soprattutto rileggerla, va fatto al passo dei suoi versi perché, scriveva, La mia poesia è alacre come il fuoco, / trascorre tra le mie dita come un rosario.

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Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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