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Gorbaciov, segno di contraddizione nella Russia guerrafondaia

Compie 91 anni, oggi 2 marzo, l'ultimo leader dell'Urss. Critico con gli Usa ma anche con Putin, Premio Nobel per la Pace 1990

Mai come oggi 2 marzo, nel giorno in cui compie 91 anni, il Premio Nobel per la Pace 1990, Michail Sergeevic Gorbaciov, è un uomo solo. Trent’anni dopo la fine dell’Unione Sovietica di cui egli fu l’ultimo presidente, il capo della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha scatenato la guerra in Ucraina, invadendola. Un fatto che non avveniva in territorio ucraino dall’invasione nazista dell’Urss, ottant’anni fa, nel 1941. 

Ma Putin non si ferma. Ha paventato la minaccia nucleare con la messa in stato d’allerta del sistema di difesa atomico. Quello stesso terrore nucleare che Gorbaciov aveva disinnescato riducendo gli arsenali atomici in accordo con gli Usa di Ronald Reagan. Putin oggi è accusato dall’Occidente di voler ripristinare l’antica egemonia sovietica e perfino zarista sui paesi vicini che un tempo aderivano al Patto di Varsavia ed erano satelliti di Mosca. Gorbaciov fu il protagonista della fine della Guerra Fredda, Putin sembra cercare a tutti i costi la rivincita per il crollo dell’Urss, da lui definito “la più grande catastrofe del XX secolo“.

Chiusa Memorial

Non solo. La Corte Suprema della Federazione Russa ha liquidato definitivamente, il 28 febbraio 2022, l’associazione storico-educativa Memorial, nata nel 1989 all’epoca della glasnost (trasparenza) e della perestrojka (ristrutturazione) innescate dal nuovo corso politico di Gorbaciov. Memorial ha indagato per tre decenni sulle repressioni staliniane e sui crimini della dittatura totalitaria sovietica. Il suo centro per i diritti umani ha indagato su violazioni e abusi della Russia odierna. Soprattutto per ciò che riguarda quanto accaduto nelle due guerre in Cecenia (1994-1996 e 1999-2009): esecuzioni sommarie, stupri, rapimenti, pulizia etnica. Ma già dal 2013-2016 il potere russo ha decretato che Memorial è un “agente straniero“. Adesso l’organizzazione è formalmente soppressa.

La Nato e l’allargamento a Est

La Russia putiniana – argomenta sul settimanale danese Weekendavisen lo scrittore russo Sergej Lebedev – vuole riscrivere il passato, presentando il tempo dell’Unione sovietica come un’età dell’oro, in cui Mosca era protagonista degli equilibri mondiali. E da superpotenza nucleare sfidava e trattava da pari a pari con gli Stati Uniti e la Nato. Proprio l’allargamento della Nato a est, ai molti dei paesi ex sovietici – Polonia, Ungheria, Lettonia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania – è addotto da Putin a emblema dell’Occidente “impero della menzogna. Ostile alla Russia e “capace di metterci armi e missili sulla soglia di casa“.

Gorbaciov Reagan
Da sinistra, Michail Gorbaciov e Ronald Reagan

Anche Gorbaciov in questi anni ha criticato gli Usa e la Nato. Ha sostenuto, ma anche criticato Putin. Oggi ce ne sarebbe abbastanza per affermare che la sua eredità di pace e libertà per i popoli, compreso quello ucraino, è perduta. Ma forse non è così. Al potere come segretario generale del PCUS (Partico Comunista dell’Unione Sovietica) fra il 1985 e il 1991, Gorbaciov fallì nel riorganizzare economicamente  e socialmente l’Urss, pur aprendo il paese a libertà mai viste prima, e restituendo gradualmente ai cittadini il diritto ad autodeterminare la propria esistenza.

Chi è davvero Gorbaciov

Il suo “socialismo di mercato” restò un’utopia irrealizzabile; egli credeva che il comunismo reale si potesse riformare umanizzandolo e democratizzandolo. Successe invece che la rigidità di un sistema totalitario sul piano politico, sociale, economico e umano collassò su se stessa. Quattro mesi dopo un fallito colpo di Stato, nell’estate del 1991, Gorbaciov si dimise e l’Unione Sovietica implose. Non pochi russi lo considerano un “traditore” che ha “svenduto la patria agli americani” impoverendo il paese. Per i popoli ex sovietici e per l’Occidente è quasi un eroe, emblema della libertà e della pace nel mondo.

La sua eredità, il suo testamento

Essere qui a parlare liberamente. Questa è l’eredità più grande di Gorbaciov” ha detto a Euronews lo scrittore János Zolcer. “Ha dato la libertà all’Unione Sovietica e ai popoli dell’Europa Orientale. Ci ha detto ‘siete voi gli artefici della vostra vita, il modo in cui l’ha fatto ha cambiato la nostra vita’“. Nel 2021 il Premio Nobel per la Pace è stato assegnato ai giornalisti Maria Ressa e Dmitry Muratov. Quest’ultimo è il direttore di Novaja Gazeta, una delle poche voci indipendenti nella Russia di Putin, settimanale fondato da Michail Gorbaciov nel 1993. In un celebre docufilm del 2018 firmato dal regista tedesco Werner Herzog, Michail Gorbaciov ci lasciato il suo testamento spirituale. E lo ha fatto citando a memoria una celebre poesia di Michail Lermontov, fra i massimi letterati russi dell’Ottocento e di sempre.

Sulla strada esco solo.
Nella nebbia è chiaro il cammino sassoso.
Calma è la notte.
Il deserto volge l’orecchio a Dio
E le stelle parlano tra loro.
Meraviglioso e solenne il cielo!
Dorme la terra in un azzurro nembo.
Cosa dunque mi turba e mi fa male?
Che cosa aspetto, che cosa rimpiango?
Nulla più aspetto dalla vita
E nulla rimpiango del passato,
cerco solo libertà e pace!
Vorrei abbandonarmi, addormentarmi!
Ma non nel freddo sonno della tomba.
Addormentarmi, con il cuore
Placato e il respiro sollevato.
E poi notte e dì sentire
La dolce voce dell’amore
Cantare carezzevole al mio orecchio
E sopra di me vedere sempre verde
Una bruna quercia piegarsi e stormire.

Gorbaciov-Urss

Chi scrive non può dimenticare quando, nei primi anni ’90 da semplice studente universitario, si recò ad applaudire Gorbaciov in visita a Firenze, assieme ad altre decine di studenti. Gorby fu anche il mito di una generazione di giovani. Buon compleanno, Michail Seergevic.

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Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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