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Gli Usa lo ‘risparmiano’ dalle sanzioni, lo strano caso di mister Abramovich

Sarebbe il presidente dell'Ucraina Zelensky a chiedere a Biden di non infierire: il magnate è fra i mediatori di pace con la Russia

Bandito dalla Gran Bretagna, l’ex patron russo del Chelsea, Roman Abramovich, non incorre nelle sanzioni economiche degli Stati Uniti. Sarebbe stato il presidente ucraino Zelensky a chiedere a Joe Biden di non infierire sul magnate considerato vicino a Putin.   

Joe Biden con la first lady Jill

Gli Stati Uniti non hanno dunque imposto, al momento, ‘punizioni’ di ordine finanziario e/o blocchi di beni immobili su Roman Abramovich, dietro richiesta di Volodymyr Zelensky. Lo sostiene il Wall Street Journal. Il presidente ucraino ha chiesto al suo omologo statunitense di attendere in quanto l’oligarca potrebbe giocare un ruolo nel facilitare i negoziati di pace con la Russia.

Abramovich e le sanzioni mai scattate

Del resto, sebbene una sua immagine in quell’incontro non sia apparsa, Roman Abramovich avrebbe partecipato, su richiesta dell’Ucraina, al primissimo negoziato fra delegazioni russe e ucraine vicino a Gomel, in Bielorussia, lo scorso 28 febbraio. Pochi giorni più tardi, all’inizio di marzo, i funzionari del Dipartimento del Tesoro americano avevano messo a punto una bozza di sanzioni. Obiettivo: colpire le proprietà miliardarie di Abramovich. Al momento di annunciarle, tuttavia, il Consiglio per la Sicurezza Nazionale aveva messo in stand by tutta la situazione riguardante l’oligarca. Dietro la richiesta, riporta il Wall Street Journal, c’era il ‘consiglio’ di Zelensky a Biden di attendere.

Zelensky Papa Francesco
La foto dall’account Twitter di Zelensky, durante il colloquio col Papa, il 22 marzo

Nel frattempo l’arma delle sanzioni contro la Russia sta ‘sparando’ sempre più forte. In Europa c’è la convinzione che si tratti di una forma di pressione efficace. Il blocco dei beni dei super ricchi vicini a Putin, e soprattutto, lo stop alle esportazioni verso la Russia così come il ritiro delle grandi aziende occidentali dal mercato russo, starebbero facendo effetto.

Ci sarà uno stop al petrolio russo?

Lo stesso Zelensky in video collegamento con Montecitorio, il 22 marzo, ha chiesto all’Europa e all’Italia ulteriori sanzioni oltre a quelle che colpiscono gli oligarchi come Abramovich. Ossia tagliando o riducendo le importazioni di gas e petrolio dalla Russia. Una mossa che però penalizzerebbe molto i paesi occidentali, i cui rifornimenti di energia dipendono per il 40% dagli idrocarburi che Mosca fornisce. In Europa ci si rende conto, però, che ogni giorno, pagando il petrolio russo, le casse statali di Mosca ricevono centinaia di milioni di euro. Sono fondi che, è facile immaginare, possono andare almeno in parte a finanziare la guerra di Putin in Ucraina.

Nucleare Energia
L’energia nucleare torna d’attualità a fronte della dipendenza dal gas russo

Abramovich: “Pronto a mediare con Putin

Può darsi, quindi, che anche il meccanismo delle sanzioni alla Russia rischi di non sortire tutti gli effetti desiderati. E per qualcuno il ritardo degli Stati Uniti nel sanzionare Abramovich appare una svolta inattesa nella strategia dell’Occidente contro Putin. Intanto, mentre diversi oligarchi si sono espressi contro la guerra, Roman Abramovich è l’unico ad aver pubblicamente detto di tentare di spingere Mosca a trovare una soluzione pacifica al conflitto. Sui social sono in molti ad avanzare l’ipotesi che Zelensky sia in affari con Abramovich e voglia risparmiarlo dalle sanzioni. Ma lo stop che l’Amministrazione Biden ha imposto al meccanismo punitivo nei confronti di quello che è il più celebre magnate russo del mondo è come un prisma. Uguale a se stesso ma osservabile da prospettive diverse.

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Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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