Cannes 2021, come il ‘neorealismo’: dalle macerie si può ricostruire

La 74° edizione del Festival è giunta al termine dimostrando che, nonostante tutto, il cinema continua a resistere

La Croisette è tornata ad illuminarsi di una luce, più abbagliante e splendente che mai. Le giornate dal 6 al 17 luglio hanno segnato, difatti, per Cannes il gradito ritorno del Festival, che nel 2020 non ha assistito al consueto svolgimento. Nonostante la preparazione scrupolosa e i controlli che l’organizzazione ha eseguito, la fattibilità è stata messa in discussione fino all’ultimo momento. La minaccia del Coronavirus si è abbattuta anche nel bel mezzo dello svolgimento, quando è stata annunciata la positività di Léa Seydoux al Covid.

Eppure, tra le forti emozioni, alcuni incidenti di percorso e la preoccupazione costante, la kermesse ha emozionato gli spettatori. In un’edizione seppur imperfetta, che ha risentito della mancanza della spensieratezza degli scorsi anni, il cinema ha comunque vinto. E lo ha fatto guardando indietro, soprattutto in territorio nostrano, che dalla crisi ha dimostrato di sapere trarre insegnamento e ispirazione. Proprio come il neorealismo: dalle macerie si può solo che ricostruire per andare avanti. E l’edizione di Cannes 2021 è stata un primo passo per gettare nuove fondamenta.

Cannes 2021, tra le standing ovation a Nanni Moretti e Marco Bellocchio: si guarda indietro per andare avanti

Riflettori accesi, star che calcano il red carpet e un programma che tra Nanni Moretti, Wes Anderson e Sean Penn ha infuocato la Croisette: questa è stata la 74° edizione del Festival di Cannes. Un evento che, nel corso delle quasi due settimane di svolgimento, ha cercato quasi di ‘cancellare’ le tracce della pandemia da Covid: nessuna menzione nei lavori sul grande schermo, nessun progetto incentrato su quanto abbiamo vissuto gli scorsi. Come se si fosse voluta nascondere ‘la polvere sotto il tappeto’. Eppure la polvere è rimasta lì, davanti agli occhi di tutti, ma nessuno ha avvertito il coraggio, o magari la necessità, di affrontarla vis a vis. Si è cercato di immergersi nuovamente negli antichi fasti, per voler rinascere a nuova vita: guardando forse un po’ troppo indietro.

Certo è che il Festival di Cannes 2021 un grande merito lo ha avuto. Ha riportato il focus sul cinema, sull’atto stesso del raccontare e sulla suggestività del proiettore che, nonostante tutto, continua a regalare sensazioni che la visione singola da casa non riesce ancora a replicare. E, nel farlo, ha fatto splendere di nuovo lustro il cinema nostrano, riconoscendone il valore attraverso i maestri che, in questa edizione, sono stati i protagonisti. Marco Bellocchio è stato insignito, difatti, della Palma d’Oro alla carriera. Il regista ha inoltre presentato in anteprima in documentario Marx può aspettare, al termine del quale la platea gli ha tributato una sentita standing ovation. Il Festival è stato dunque un’occasione per celebrare la rinascita della settima arte, attraverso la celebrazione dei grandi maestri. I quali, a loro volta, hanno dimostrato di saper rinascere e reinventarsi in nuove forme.

La nuova forma che ha assunto Nanni Moretti, il quale ha presentato per la prima volta un film non scritto da lui. La nuova identità di Dario Argento, che per la prima volta, all’età di 80 anni, si reiventa attore per Vortex dello ‘scandaloso’ Gaspar Noé . E se la rinascita parte proprio dai capisaldi del cinema, che avvertono la necessità di sperimentare nuovi contesti, è chiaro che il cinema stia chiedendo a se stesso di risemantizzarsi. D’altronde, che la settima arte sia in crisi non è una novità: ogni innovazione tecnica ha da sempre fatto parlare di “morte del cinema”. Lo è stato il sonoro, il Technicolor, l’home video, lo streaming. Il cinema è morto tante di quelle volte che ormai se n’è perso il conto. Accettarlo, per poi andare avanti, rinnovandone il linguaggio significa accettarne la vera essenza: per questo la rinascita non può che avvenire se non da chi lavora da sempre nel cinema.

Cannes 2021, il Festival si tinge di rosa e si apre al confronto

Al contempo, come si poteva intuire sin dall’ufficializzazione dei nomi della giuria, il Festival di Cannes 2021 ha parlato il linguaggio femminile. Il primo Rendez-Vous, di cui Jodie Foster è stata la protagonista, ne è stato una chiara dimostrazione. “È il momento giusto.” – come un mantra l’attrice, due volte Premio Oscar, ha ripetuto durante la sua masterclass, affermando – “Mai come ora a Hollywood e nel mondo del cinema c’è l’occasione di farsi valere, la possibilità dopo anni di lotte, di vedere rappresentati tutti. È il momento giusto per raccontare nuove storie perché le cose sono completamente cambiate, le prospettive per le donne sono completamente diverse. Posso dirlo con certezza“.

Al contempo, il Festival si è fatto portavoce della diversity, non solo nei convegni ma, soprattutto, sul grande schermo. In Tout s’est bien passé, ad esempio, si è parlato di dignità umana, in un inedito inno alla vita (come lo ha definito Sophie Marceau) e alla possibilità di metterle fine, “accettando l’inaccettabile” come estremo atto d’amore. Lingui e Haut ed fort hanno invece permesso di dar voce a chi, solitamente, per condizioni dovute al contesto di appartenenza ne è sprovvisto. Cannes 2021 è stato anche il Festival di confronto: tra generazioni, tra genitori e figli, mariti e mogli, o vicini e estranei. Tre Piani, diretto da Nanni Moretti, si muove su questa lunghezza d’onda. I tre piani, fisici e metaforici, ai tre piani di un condominio e alle altrettante storie che riguardano tre famiglie. Tre storie che finiscono per incontrarsi, scontrarsi e convergere su unico piano. Rivelando il dolore delle scelte individuali, le responsabilità del singolo e le colpe che inevitabilmente ricadono come un retaggio su chi ci circonda.

L’incontro, tuttavia, non porta necessariamente a conseguenze negative. Anzi, mai come nell’edizione del Festival di Cannes 2021 ha dato modo di portare in luce giovani autori, soprattutto nostrani. Il dialogo con le generazioni precedenti ha portato all’incontro positivo con nuove realtà, aprendo a nuove strade. E offrendo, in maniera analoga, nuovi scenari e contesti. Il Friuli di Piccolo corpo Laura Samani, la Gioia Tauro di Carpignano e la Tuscia di Re Granchio di Alessio Rigo de Righi, Matteo Zoppis, entrambi presentati alla Quinzaine. L’ancestrale e il primitivo rinvigoriscono il grande schermo, in un cinema che guarda indietro per andare avanti.

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